Grazie.

Sono le unamenoventi e dopo una serata a cena con un po’ di amici me ne sto andando a dormire. Prima di farlo do un’occhiata al computer, smanetto un po’ tra i preferiti e, dopo una settimana di assenza, torno sul blog. BOOM, in 350mila avete letto cose che ho scritto, condiviso, citato in quest’ultimo anno e mezzo.

Grazie. Alcuni fanno finta di fregarsene dell’audience, a me invece importa. Mi fa piacere sapere di avere la vostra attenzione, anche se passeggera.

Vito

Non basta il roaming a salvare l’Europa

Non basta il roaming a salvare l’Europa
Dopo l’Unione monetaria sembra avvicinarsi la prospettiva di un’Unione telefonica. E’ di ieri la notizia di un accordo per mettere fine entro il 15 giugno 2017 al roaming telefonico nell’Unione Europea. Se l’accordo trovasse la conferma degli Stati membri per il Consiglio già a partire dal prossimo maggio i sovrapprezzi per il roaming scenderebbero ad un massimo di 0,05 al minuto per chiamata, 0,05 per megabyte di dati e 0,02 per sms.
Quella che ad alcuni osservatori è parsa come una misura popolare in vista del referendum greco, mostra di fatto la contraddizione di un’Europa che di fatto non sembra rendersi conto che il problema, oggi, non è la costruzione di un’identità europea ma degli Stati Uniti di Europa.
L’Europa di oggi, di fatto, è un centro decisionale in cui non è ben chiaro chi decida. Decide Junker? Decide Merkel? Chi decide, oggi, in Europa? Chi è il primo ministro europeo? Se non è manifesto (seppur chiaro) chi vi sia a capo di questo centro decisionale, appare sempre piuttosto chiaro quali siano di volta in volta i responsabili delle crisi che l’Europa vive. Responsabili che, guarda caso, sono sempre premier nazionali democraticamente eletti (che comunque hanno le loro responsabilità).
Il volto dell’Europa perdente è sempre quella dei singoli premier nazionali e mai (mai!) quella di una Commissione o di un Consiglio che sbaglia le scelte di medio e lungo periodo confondendo la visione contabile con quella politica.
Siamo a un bivio. E non basta riformare il roaming per salvare l’Europa, serve una scelta coraggiosa, un passo avanti. Serve la volontà di tutti gli Stati membri di decidere se fare di Bruxelles un centro di responsabilità a cui si possono imputare errori ed orrori, o se continuare nell’ambiguità di un progetto europeo di cui è difficile riconoscere l’anatomia. Serve il coraggio di decidere se al pari di governi nazionali democraticamente eletti ci debba essere un governo europeo riconoscibile e democraticamente eletto.
Le maggiori libertà di cui disponiamo, la comunanza di una moneta, l’assenza di confini frontalieri e culturali, la rete, hanno dato forza alla fondazione di un’identità europea. Tutto ciò, però, non basta: fatti gli europei o si decide di fare l’Europa o si trova il coraggio di fare un passo indietro. Lo dobbiamo a noi stessi e al nostro futuro perché di questo passo il virus che doveva creare gli anticorpi per un’identità comune più forte, genererà l’esatto opposto.

Roma capitale dei furbi o dei fessi

Roma capitale dei furbi o dei fessi

O sono troppo furbi. O sono troppo fessi. In entrambi i casi troppo inadeguati a guidare una città come Roma. La vicenda di Mafia Capitale purtroppo mette in luce due realtà parallele e contrastanti tra loro. Da un lato una politica spregiudicata, assetata di soldi e di potere. Una politica che, qualora fosse confermato l’impianto accusatorio,  merita di finire in carcere. Dall’altro lato una politica che ignorava, che non si accorgeva di quel che accadeva. Una politica che pretende di gestire una spesa pubblica ingestibile non assumendosi poi le responsabilità di enormi perdite di controllo.

La pena per i primi, per i politici “furbi”, deve essere penale. Magari, visto che già ci siamo, prevederei l’obbligo di pulire i bagni nei centri in cui vengono accolti i migranti. Per i secondi, per i fessi, la sanzione non può che essere politica: la sfiducia.

In questo contesto di miserie e povertà nella Roma ladrona non sorprende il successo di Salvini. Un Salvini che, a differenza di Bossi, ha evoluto la sua narrazione spostando il nemico da Roma, a Bruxelles; da Palazzo Chigi al ministero degli Interni.  Una sciocchezza che permette agli stessi romani di identificarsi con il nemico di una volta.

Così tra la Roma della sregolatezza e l’Europa dell’austerità e del rigore non ci si sorprenda se poi, la Lega, nell’illusione ottica di un’immoderata moderazione raccoglie un tale consenso.

@vitokappa 

E’ l’astensionismo il vero voto di protesta

E’ l’astensionismo il vero voto di protesta

Tutto come al solito: ognuno esulta per le proprie vittorie, minimizza le proprie sconfitte, etichetta come voto di protesta quello che di fatto é un voto di proposta (Lega, M5S). Il voto di protesta però non esiste: é una speculazione. I voti non hanno una carta di identità. E se proprio volessimo individuare un’espressione della protesta nella modalità di voto dovremmo guardare all’astensionismo prima che a qualsiasi movimento. Un’astensione che, a differenza di qualsiasi voto, é frutto della mancanza di identificazione politica. Il confine tra voto e non voto, successo e fallimento elettorale, sta tutto lì: nella mancanza di un’identificazione partitica che non possiamo e non dobbiamo confondere con la mancanza di identità politica.
Tutti noi cittadini abbiamo un’identità politica. Ce l’abbiamo quando ci svegliamo la mattina, prendiamo l’autobus, il motorino o la macchina. Quando buttiamo la spazzatura e paghiamo le tasse. Quando ci sentiamo sicuri o insicuri, rispettati o arrabbiati con le nostre amministrazioni locali o centrali. Come cittadini non possiamo ignorare lo Stato. Voto o non voto sappiamo bene che lo Stato continuerà ad occuparsi di noi.
E allora, pur volendo, non possiamo accettare alcuna analisi che parta dal presupposto per cui il cittadino che non vota è un cittadino disinteressato. Semmai è un cittadino che non si riconosce. I cittadini possono sentirsi ignorati dallo Stato, ma quelli che davvero lo ignorano sono per lo più  delinquenti (che non rispettando le leggi fanno una scelta di “devianza”) o coloro che lo Stato decidono di lasciarlo, andandosene a vivere altrove. Gli altri, volenti o no, son parte dello Stato.
Partire da qui, da questa premessa banale, dalla capacità di capire che l’astensione non é una mancanza di identità politica, ma di identificazione é il punto da cui dovrebbe partire chi voglia innovare o rinnovare la propria proposta politica.
L’alibi dell’astensionismo, la necessità di “riflettere sull’astensionismo” anziché dialogare con gli astensionisti, può rassicurare sé stessi ma non fa altro che incentivare la rabbia e la distanza tra chi non è più votato e chi non vota. Un cittadino che non vota è un po’ come una persona che esprime la propria rabbia non rivolgendo la parola a chi l’ha fatto arrabbiare.
E allora per quanto suoni illogico dobbiamo farcene una ragione: l’astensionismo é un voto. Un voto che indica un fallimento grave della politica (come offerta) e dei politici (come rappresentanti). Un voto che, a modo suo, apre anche lo spiraglio a tante opportunità a condizione che si abbia chiaro che per restituire fiducia a chi l’ha persa bisogna dare ascolto a quella rabbia silenziosa anziché strumentalizzarla a sostegno delle proprie tesi o come alibi dei propri fallimenti.
I cittadini non votano i brand, votano le persone. Anche certi valori di riferimento, certo. Ma il voto è voto di scambio. Io ti do il mio voto e tu rappresenti le mie idee (il voto clientelare è una forma degenerata della politica e del voto). I partiti ormai salgono e crollano in fretta. Le transazioni sul “mercato” dei voti viaggiano alla velocità degli indici di borsa (la Lega ha saputo decuplicare i voti ammettendo gli errori, rinnovandosi, e dando voce ad una rabbia che in silenzio non voleva proprio rimanerci).
In questo contesto la sfida allora è chiara: identificare e identificarsi con il malessere e trasformare le voci arrabbiate  e sofferenti della gente in una voce politica propositiva. Una politica fuori dai palazzi e dentro ai condomini, per le strade, nelle industrie, nelle università. Che metta a punto la linea partendo dall’incontro e dal confronto col malessere delle persone, prima ancora che con una proiezione di questa visione sui giornali, su internet o in tv. Comunicare é necessario, ma se il ricevente é un media prima che un cittadino la comunicazione diventa autoreferenziale.
Allo stesso tempo è evidente che le proposte, anche le migliori, non bastano. Serve un/una leader che renda possibile l’armonizzazione tra una comunicazione incentrata su pochi messaggi forti e chiari (vedi reddito di cittadinanza, abolizione Fornero, immigrati, jobs act…) e  un’inversione di rotta nell’intendere la proposta politica come sommatoria di sigle partitiche.
In questo processo il tempo é tiranno ma anche alleato. Bisogna correre. Ed un centrodestra che abbia la capacità di raccogliere la sfida dell’astensione, darsi un leader e una leadership capendo che l’avversario è lo statalismo e non la storia di Berlusconi, può trasformare i voti persi negli ultimi anni in voti investiti in qualcosa di innovativo. Salvini in questo momento è troppo forte per essere sfidato, ma non è con la ruspa che si costruisce una grande area politica. Con la ruspa si distrugge ciò che c’era prima, ma per ricostruire, rinnovare ed innovare servono operai, architetti, ingegneri, geometri, progettisti, etc. Si può fare. Bisogna solo avere un progetto, ottenere i permessi dall’elettorato e provare a cogliere l’attimo. Le jeux sont fait, i giochi sono fatti. A questo punto – se il progetto coincide con le aspettative dell’elettorato e si inserisce bene nell’area politica di riferimento – la premessa per trasformare la protesta in proposta sarà realizzata.
Ah sì: buona festa della Repubblica!

@vitokappa

Pubblicato su Gli Stati Generali (http://www.glistatigenerali.com/governo_partiti-politici/la-premessa-al-voto-di-proposta-e-lastensionismo-come-voto-di-protesta/)

La lavagna elettorale di Renzi

La lavagna elettorale di Renzi

Dimmi dove voti e ti dirò come voti. Arrivare a tanto non è possibile ma è scientificamente dimostrato che il luogo in cui le persone votano influenza il modo in cui votano. La lavagna di Renzi, per quanto apparentemente innocua, va considerata come qualcosa in più di uno strumento per comunicare con tutti gli stakeholder della scuola. Andrebbe considerata come una vera e propria lavagna elettorale. Uno strumento, in vista delle prossime elezioni regionali, per convogliare il consenso sul proprio partito oltre che sulla proposta in esame.

Riporta lo psicologo e premio Nobel per l’Economia Daniel Kahneman che “esporre i soggetti a immagini delle aule e degli armadietti della scuola incrementa la loro tendenza a sostenere un’iniziativa scolastica. L’effetto prodotto dalle immagini è maggiore di quello determinato dall’essere genitori di ragazzi in età scolare”. In pratica l’immagine di un armadietto, un banco o una lavagna influenza la persona più della condizione soggettiva di chi ha un figlio in età scolare.  La tesi, per chi fosse interessato ad approfondire l’argomento, è dimostrata nello studio “Contextual Priming: Where People Vote Affacts How They Vote” di J.Berger, M.Meredith e S.C.Wheeler.

Se in passato il premier – sempre in prossimità di una tornata elettorale – si era fatto vedere in diverse scuole, questa volta la scuola è andata a Palazzo Chigi. La sede del Governo diventa improvvisamente sede di un college di lusso: volumi ben rilegati, una lavagna e dei gessetti colorati, fanno da cornice ad una promessa occulta e ad un vero e proprio messaggio elettorale subliminale.

Chapeau a chi l’ha pensata, immagino Filippo Sensi. Ma a questo punto sarebbe bene che l’opposizione non sottovalutasse la portata di mosse come questa. Sarebbe bene pensare a delle contromisure per non trasformare la scuola in un presidio visivo e visuale del Pd. Sarebbe bene tenere conto (già a partire dagli allestimenti dei comizi) di certe scoperte scientifiche. Come sarebbe bene preservare la neutralità delle aule-seggio. Il luogo in cui votiamo influenza in maniera diretta, concreta e tangibile, il modo in cui votiamo. Non tener presente questo dato di fatto vorrebbe dire regalare al Partito democratico la possibilità di giocare in casa anziché in campo neutro.

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Europa ad orologeria

Europa ad orologeria
Oggi la Corte di Giustizia UE ha tolto Hamas dalla lista dei movimenti terroristi.
Oggi il Parlamento europeo ha votato a favore del riconoscimento della Palestina.
Insomma oggi abbiamo scoperto che anche in Europa c’è la giustizia e la politica ad orologeria. Quella che illudendosi di lasciare un segno nella storia, non fa altro che perdere tempo utile a costruire una pace duratura. Anche perché di fatto sentenze e decisioni ad orologeria come quella odierna, servono solo a rafforzare nei terroristi l’idea che il ricatto sia moneta di scambio nella diplomazia internazionale.
Oggi non ha vinto Hamas. E non hanno vinto nemmeno i palestinesi ancora in balia del fondamentalismo dei loro capi. Oggi ha perso l’Europa. Un’Europa che piegandosi alle lobby petrolifere e ai salotti pseudo-progressisti, di fatto dimostra  di cedere al ricatto di chi non è disposto a rinunciare al terrorismo come strumento di lotta. Un’Europa che non capendo che Hamas è come l’Isis, se non peggio, manda al Mondo un segnale inequivocabile: noi cediamo alle pressioni del più forte. Prima la pace apparente, anche se fittizia, poi la sicurezza. E poco importa che senza pace non c’è sicurezza e viceversa, noi abbiamo scritto una finta pagina di storia: a risolvere il problema ci penserà qualcun altro. Peccato che quel qualcun altro siamo Noi. E peccato, davvero peccato, che questa Europa fredda e cinica non abbia capito che non scegliendo di costruire la pace sui pilastri della sicurezza reciproca, di fatto sta strizzando l’occhio ai fondamentalisti che vogliono distruggere l’Occidente con tutte le sue libertà. Brava, Europa. Illudendoti di poter dare un’accelerata al processo di Pace, potresti aver attivato il timer di una nuova intifada.

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Fuori la Germania dal Campionato Italiano

Fuori la Germania dal Campionato Italiano

La continua ingerenza tedesca negli affari interni italiani è inqualificabile. Nel momento in cui la politica italiana anziché fare fronte comune contro questa invasione di campo sceglie di usare nel proprio interesse quelle dichiarazioni, di fatto indebolisce l’Italia prima che la sua classe politica.

Quando nel 2011, con il centrodestra al Governo e una situazione economica ed occupazionale migliore di quella odierna, iniziarono le ingerenze franco-tedesche ciò che anzitutto indebolì l’Italia fu il fatto che a remare contro il Paese insieme alla coppia Merkel-Sarkozy vi era anche un pezzo di establishment più interessato al proprio tornaconto che alla sovranità italiana.

La dialettica tra maggioranza e opposizione, per quanto dura, è parte irrinunciabile di un sistema democratico, ma nel momento in cui un attore esterno (in questo caso la Germania) torna ad inserirsi prepotentemente in un dibattito a cui non dovrebbe prendere parte, la politica tutta dovrebbe ribellarsi come non fece nel 2011. Dovrebbe dire ad alta voce: “fuori la Germania dai nostri affari interni”. Anche perché le opposizioni che oggi ammettessero questa invasione di campo, una volta al Governo la dovrebbero tollerare senza poter fare più nulla.

Oggi che il Paese ha detto chiaramente “no” ai governi dei tecnici è assolutamente necessario che le opposizioni, a costo di rinunciare a qualche assist estero, affermino compatte e con forza l’esclusività del proprio ruolo. Nel campionato italiano – per usare una metafora calcistica – possono e devono giocare solo le squadre italiane. E quando permettiamo a Merkel, o a chiunque altro, di esprimere giudizi negativi o positivi su questioni interne é come se permettessimo al Bayern Monaco, al Dortmund o a chicchessia di giocare in Serie A. E questo, francamente, é del tutto inaccettabile. La competizione tra squadre straniere si fa in Champions League o in Uefa, non nella lega nazionale.

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Ordini abusivi. In difesa di Barbara D’Urso

Ordini abusivi. In difesa di Barbara D’Urso

“Oh, hai sentito? Hanno denunciato Barbara D’Urso per esercizio abusivo d’intervista!

Eh?

Esercizio abusivo d’intervista!

Ma che reato è?

Conduce un programma e fa le interviste senza essere iscritta all’Ordine dei Giornalisti.

Ah, solo i giornalisti con il tesserino hanno diritto di intervistare?

Eh sì.

E noi blogger? E gli Youtuber?

Siamo fuori legge”.

Barbara D’Urso è stata denunciata dal Presidente dell’Ordine dei Giornalisti, Enzo Iacopino. La colpa? Essere la regina incontrastata della cosiddetta ” televisione del dolore”, quel tipo di giornalismo che scava nel privato delle vittime dei casi di cronaca nera. E all’Ordine questo non piace, è cattiva informazione. Ma siccome non esiste un reato per la cattiva informazione, l’illiberale ODG ha deciso di agitare l’unico grimaldello a sua disposizione, quello del procedimento per esercizio abusivo della professione giornalistica, un reato penale liberticida che non esiste in nessun altro paese al mondo che prevede ammende pecuniarie e la reclusione fino a 6 mesi.
Nell’esposto si legge: “la signora D’Urso, pur non essendo iscritta all’Albo dei Giornalisti, compie sistematicamente un’attività (l’intervista) individuata come specifica della professione giornalistica, senza esserne titolata e senza rispettare le regole, con negative ripercussioni sull’immagine di quest’Ordine”. Una semplice conduttrice che fa interviste, quale affronto!

Peccato che la D’Urso conduca un programma tv che fa capo a una testata giornalistica, VideoNews, testata giornalistica composta da un direttore responsabile e dei regolarissimi giornalisti iscritti all’Ordine che, ma tu guarda, lavorano proprio per questo show del dolore e tutti i giorni contribuiscono a confezionare i servizi che andranno in onda nel programma condotto dall’abusiva Barbara. Ma Iacopino se la prende solo con lo specchietto per le allodole D’Urso, mica con i giornalisti di VideoNews. Lei è molto più facile da attaccare e fa molta più notizia. Complimenti per il marketing e i like su Facebook, Presidente!
E infatti, non appena comunicata la notizia, frotte di festanti sacri iscritti giornalisti hanno esultato: “evviva evviva, alla gogna l’abusiva!”. Sul profilo Facebook di Iacopino si sono susseguiti commenti che proponevano le sanzioni più assurde e disparate. C’è chi chiede di denunciare i blogger, chi gli abusivi che firmano comunicati stampa, chi addirittura vorrebbe denunciare gli opinionisti dei programmi tv. E’ la tv del dolore quindi il vero problema? Macché! Il problema son “gli abusivi che ci rubano il lavoro”!

Purtroppo l’esercizio abusivo della professione giornalistica non tiene conto della qualità, della professionalità e dell’etica del presunto usurpatore di titoli. Non tiene conto nemmeno della possibilità che l’usurpatore non si riconosca in un ordine del genere. L’usurpatore viene denunciato perché fa il giornalista senza essere iscritto all’albo. Poco importa se è davvero bravo, sta commettendo un reato. Vive nell’illegalità. E infatti qualche anno fa toccò a Pino Maniaci, bravissimo giornalista antimafia, che venne denunciato per esercizio abusivo della professione giornalistica perché conduceva il telegiornale dell’emittente Telejato e faceva inchieste sulla mafia senza avere i titoli per farlo. Fortunatamente Maniaci fu assolto, dopo anni di calvario giudiziario. Assolto perché il fatto non sussiste. Assolto grazie a un giudice raziocinante.
Ora, per quanto possano non piacere certe trasmissioni televisive e il loro modo di trattare i casi di cronaca nera, ci terremmo a ricordare all’ODG che possano esistere giornalisti regolarmente iscritti all’albo che quotidianamente infrangono le basilari regole di deontologia professionale cui sarebbero sottoposti, tanto quanto le varie D’Urso, e non ci sembra che l’Ordine si stracci le vesti o agisca compatto nei loro confronti, anzi.
Non va bene la “tv del dolore” della D’Urso, ma le interviste alla sorella di Bossetti di “Quarto grado” e le ospitate della Franzoni o i plastici di “Porta a Porta”, e potremmo continuare all’infinito, cosa hanno di diverso? Non fanno “spettacolarizzazione del dolore”? Non travalicano mai i confini dell’etica e della deontologia della professione? E che dire allora del Fatto Quotidiano, che ha fondato la sua linea editoriale sul giustizialismo e che tratta intercettazioni telefoniche e avvisi di garanzia alla stregua di sentenze passate in giudicato ancor prima che possa aver luogo anche solo la prima udienza del processo? Non è anche questa “cattiva informazione”, secondo l’Ordine?

Quindi, due pesi e due misure? Perché proprio la D’Urso? La qualità dell’informazione è importante solo quando c’è da attaccare un non iscritto alla corporazione?
Ma la domanda più interessante, però, è soprattutto una: l’Ordine dei giornalisti a cosa serve? A garantire la libertà e la qualità dell’informazione? Non si direbbe, più che altro cerca di garantire le prerogative dei propri iscritti. Inghilterra, USA, Francia, Spagna, Olanda e moltissimi altri paesi europei ed extraeuropei hanno una qualità dell’informazione decisamente migliore rispetto a quella italiana e nessun ordine. Hanno semplicemente una legislazione e delle norme deontologiche da rispettare, ma la professione può esercitarla chiunque, nessuna barriera d’ingresso, nessuna iscrizione ad alcun organismo è richiesta e a nessuno verrebbe mai in mente di denunciare i giornalisti abusivi semplicemente perché questo nei paesi civili non è considerato un reato. “Giornalista è chi il giornalista fa”, per dirla alla Forrest Gump. Ma in Italia no, in Italia i sedicenti cani da guardia dell’informazione e della democrazia sostengono che chi non è iscritto alla corporazione dei giornalisti non ha il diritto di fare giornalismo.
Ma in un paese occidentale il vero abuso è permettere l’esistenza di un organo che trova sacrosanto denunciare dei cittadini che si arrogano il diritto di fare informazione. Altro che le Barbara D’Urso e i blogger che fanno interviste senza avere tesserino, qui l’unico abusivo è l’Ordine.

di Charlotte Matteini, Vito Kahlun e Riccardo Ghezzi

Originale pubblicato su qelsi.it

Quanto vale per i grillini il sangue di 4 ebrei?

Quanto vale per i grillini il sangue di 4 ebrei?

C’è sangue e sangue. E forse, per i grillini, il sangue di un rabbino – in realtà i religiosi uccisi sono stati 4 – non vale poi così tanto. Niente. Su Gerusalemme, sulla violenza del fondamentalismo islamico di questa mattina, nemmeno una parola.

I vari Beppe Grillo, Alessandro Di Battista, Luigi Di Maio, Di Stefano, Sorial e compagnia brutta non hanno aperto bocca. Su Gerusalemme il silenzio. Chi di parole ne ha sempre usate tante, spesso troppe, non ha saputo trovarne una di condanna o solidarietà per quanto accaduto stamattina.

Pazienza. Se i libri non letti dicono molto su una persona, le parole non dette quando è d’obbligo alzare la voce la dicono lunga sull’ipocrisia di un politico o di una classe politica. In questo caso di Grillo e del Movimento Cinque Stelle.

Gli ebrei, gli israeliani, sono abituati a non essere compatiti. A dire il vero non gli interessa nemmeno. Ed è forse per questo che Israele sopravvive, perché parafrasando Golda Meir preferisce “le condanne alle condoglianze”.

Ma oggi questo non conta. Contano i silenzi che rimangono. E a chi è rimasto zitto io voglio dire una sola cosa: vergogna!

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