Marino, Crocetta e Barbara D’Urso

Marino, Crocetta e Barbara D’Urso
I casi Crocetta e Marino sono emblematici di due cose: una politica incapace di decidere al momento giusto; una politica che ha bisogno di una pezza d’appoggio della magistratura per prendere una posizione politica netta. Le scartoffie dei tribunali o le indiscrezioni sui giornali si trasformano in un nulla osta a scatenare una guerra di potere pronta da tempo.
Il paradosso é però un altro: se da un lato le presunte intercettazioni e le indagini offrono ai partiti il pretesto per vomitare addosso a sindaci e governatori il loro risentimento, dall’altro un garantismo di facciata (più che di sostanza) mette i partiti nell’impossibilità di prendere decisioni che avrebbero potuto e dovuto prendere prima.
Il disastro politico di Marino e Crocetta era sotto gli occhi di tutti ben prima che indagini e presunte intercettazioni venissero rese pubbliche. Nonostante ciò, nonostante la consapevolezza dell’inadeguatezza di Marino e Crocetta, li hanno lasciati sulle loro poltrone. Sfiduciarli adesso é facile, ma ciò non assolverebbe comunque le classi dirigenti dalle loro responsabilità. Anzi. Se Marino e Crocetta hanno continuato ad amministrare male é perché li hanno lasciati a governare.
Al di là di due casi che mi entusiasmano quanto lo studio delle particelle subatomiche, una domanda rimane sospesa nella mia testa:  cosa sarebbe accaduto se a rendere nota la presunta intercettazione su Crocetta fosse stato Il Giornale o Barbara D’Urso? Cosa si sarebbe detto e fatto nei confronti di un editore che ha fatto pubblicare un intercettazione di cui per ora non c’è traccia in alcuna procura? Come si sarebbe mosse l’Ordine dei Giornalisti? Chissà.

Roma capitale dei furbi o dei fessi

Roma capitale dei furbi o dei fessi

O sono troppo furbi. O sono troppo fessi. In entrambi i casi troppo inadeguati a guidare una città come Roma. La vicenda di Mafia Capitale purtroppo mette in luce due realtà parallele e contrastanti tra loro. Da un lato una politica spregiudicata, assetata di soldi e di potere. Una politica che, qualora fosse confermato l’impianto accusatorio,  merita di finire in carcere. Dall’altro lato una politica che ignorava, che non si accorgeva di quel che accadeva. Una politica che pretende di gestire una spesa pubblica ingestibile non assumendosi poi le responsabilità di enormi perdite di controllo.

La pena per i primi, per i politici “furbi”, deve essere penale. Magari, visto che già ci siamo, prevederei l’obbligo di pulire i bagni nei centri in cui vengono accolti i migranti. Per i secondi, per i fessi, la sanzione non può che essere politica: la sfiducia.

In questo contesto di miserie e povertà nella Roma ladrona non sorprende il successo di Salvini. Un Salvini che, a differenza di Bossi, ha evoluto la sua narrazione spostando il nemico da Roma, a Bruxelles; da Palazzo Chigi al ministero degli Interni.  Una sciocchezza che permette agli stessi romani di identificarsi con il nemico di una volta.

Così tra la Roma della sregolatezza e l’Europa dell’austerità e del rigore non ci si sorprenda se poi, la Lega, nell’illusione ottica di un’immoderata moderazione raccoglie un tale consenso.

@vitokappa 

E’ l’astensionismo il vero voto di protesta

E’ l’astensionismo il vero voto di protesta

Tutto come al solito: ognuno esulta per le proprie vittorie, minimizza le proprie sconfitte, etichetta come voto di protesta quello che di fatto é un voto di proposta (Lega, M5S). Il voto di protesta però non esiste: é una speculazione. I voti non hanno una carta di identità. E se proprio volessimo individuare un’espressione della protesta nella modalità di voto dovremmo guardare all’astensionismo prima che a qualsiasi movimento. Un’astensione che, a differenza di qualsiasi voto, é frutto della mancanza di identificazione politica. Il confine tra voto e non voto, successo e fallimento elettorale, sta tutto lì: nella mancanza di un’identificazione partitica che non possiamo e non dobbiamo confondere con la mancanza di identità politica.
Tutti noi cittadini abbiamo un’identità politica. Ce l’abbiamo quando ci svegliamo la mattina, prendiamo l’autobus, il motorino o la macchina. Quando buttiamo la spazzatura e paghiamo le tasse. Quando ci sentiamo sicuri o insicuri, rispettati o arrabbiati con le nostre amministrazioni locali o centrali. Come cittadini non possiamo ignorare lo Stato. Voto o non voto sappiamo bene che lo Stato continuerà ad occuparsi di noi.
E allora, pur volendo, non possiamo accettare alcuna analisi che parta dal presupposto per cui il cittadino che non vota è un cittadino disinteressato. Semmai è un cittadino che non si riconosce. I cittadini possono sentirsi ignorati dallo Stato, ma quelli che davvero lo ignorano sono per lo più  delinquenti (che non rispettando le leggi fanno una scelta di “devianza”) o coloro che lo Stato decidono di lasciarlo, andandosene a vivere altrove. Gli altri, volenti o no, son parte dello Stato.
Partire da qui, da questa premessa banale, dalla capacità di capire che l’astensione non é una mancanza di identità politica, ma di identificazione é il punto da cui dovrebbe partire chi voglia innovare o rinnovare la propria proposta politica.
L’alibi dell’astensionismo, la necessità di “riflettere sull’astensionismo” anziché dialogare con gli astensionisti, può rassicurare sé stessi ma non fa altro che incentivare la rabbia e la distanza tra chi non è più votato e chi non vota. Un cittadino che non vota è un po’ come una persona che esprime la propria rabbia non rivolgendo la parola a chi l’ha fatto arrabbiare.
E allora per quanto suoni illogico dobbiamo farcene una ragione: l’astensionismo é un voto. Un voto che indica un fallimento grave della politica (come offerta) e dei politici (come rappresentanti). Un voto che, a modo suo, apre anche lo spiraglio a tante opportunità a condizione che si abbia chiaro che per restituire fiducia a chi l’ha persa bisogna dare ascolto a quella rabbia silenziosa anziché strumentalizzarla a sostegno delle proprie tesi o come alibi dei propri fallimenti.
I cittadini non votano i brand, votano le persone. Anche certi valori di riferimento, certo. Ma il voto è voto di scambio. Io ti do il mio voto e tu rappresenti le mie idee (il voto clientelare è una forma degenerata della politica e del voto). I partiti ormai salgono e crollano in fretta. Le transazioni sul “mercato” dei voti viaggiano alla velocità degli indici di borsa (la Lega ha saputo decuplicare i voti ammettendo gli errori, rinnovandosi, e dando voce ad una rabbia che in silenzio non voleva proprio rimanerci).
In questo contesto la sfida allora è chiara: identificare e identificarsi con il malessere e trasformare le voci arrabbiate  e sofferenti della gente in una voce politica propositiva. Una politica fuori dai palazzi e dentro ai condomini, per le strade, nelle industrie, nelle università. Che metta a punto la linea partendo dall’incontro e dal confronto col malessere delle persone, prima ancora che con una proiezione di questa visione sui giornali, su internet o in tv. Comunicare é necessario, ma se il ricevente é un media prima che un cittadino la comunicazione diventa autoreferenziale.
Allo stesso tempo è evidente che le proposte, anche le migliori, non bastano. Serve un/una leader che renda possibile l’armonizzazione tra una comunicazione incentrata su pochi messaggi forti e chiari (vedi reddito di cittadinanza, abolizione Fornero, immigrati, jobs act…) e  un’inversione di rotta nell’intendere la proposta politica come sommatoria di sigle partitiche.
In questo processo il tempo é tiranno ma anche alleato. Bisogna correre. Ed un centrodestra che abbia la capacità di raccogliere la sfida dell’astensione, darsi un leader e una leadership capendo che l’avversario è lo statalismo e non la storia di Berlusconi, può trasformare i voti persi negli ultimi anni in voti investiti in qualcosa di innovativo. Salvini in questo momento è troppo forte per essere sfidato, ma non è con la ruspa che si costruisce una grande area politica. Con la ruspa si distrugge ciò che c’era prima, ma per ricostruire, rinnovare ed innovare servono operai, architetti, ingegneri, geometri, progettisti, etc. Si può fare. Bisogna solo avere un progetto, ottenere i permessi dall’elettorato e provare a cogliere l’attimo. Le jeux sont fait, i giochi sono fatti. A questo punto – se il progetto coincide con le aspettative dell’elettorato e si inserisce bene nell’area politica di riferimento – la premessa per trasformare la protesta in proposta sarà realizzata.
Ah sì: buona festa della Repubblica!

@vitokappa

Pubblicato su Gli Stati Generali (http://www.glistatigenerali.com/governo_partiti-politici/la-premessa-al-voto-di-proposta-e-lastensionismo-come-voto-di-protesta/)

La lavagna elettorale di Renzi

La lavagna elettorale di Renzi

Dimmi dove voti e ti dirò come voti. Arrivare a tanto non è possibile ma è scientificamente dimostrato che il luogo in cui le persone votano influenza il modo in cui votano. La lavagna di Renzi, per quanto apparentemente innocua, va considerata come qualcosa in più di uno strumento per comunicare con tutti gli stakeholder della scuola. Andrebbe considerata come una vera e propria lavagna elettorale. Uno strumento, in vista delle prossime elezioni regionali, per convogliare il consenso sul proprio partito oltre che sulla proposta in esame.

Riporta lo psicologo e premio Nobel per l’Economia Daniel Kahneman che “esporre i soggetti a immagini delle aule e degli armadietti della scuola incrementa la loro tendenza a sostenere un’iniziativa scolastica. L’effetto prodotto dalle immagini è maggiore di quello determinato dall’essere genitori di ragazzi in età scolare”. In pratica l’immagine di un armadietto, un banco o una lavagna influenza la persona più della condizione soggettiva di chi ha un figlio in età scolare.  La tesi, per chi fosse interessato ad approfondire l’argomento, è dimostrata nello studio “Contextual Priming: Where People Vote Affacts How They Vote” di J.Berger, M.Meredith e S.C.Wheeler.

Se in passato il premier – sempre in prossimità di una tornata elettorale – si era fatto vedere in diverse scuole, questa volta la scuola è andata a Palazzo Chigi. La sede del Governo diventa improvvisamente sede di un college di lusso: volumi ben rilegati, una lavagna e dei gessetti colorati, fanno da cornice ad una promessa occulta e ad un vero e proprio messaggio elettorale subliminale.

Chapeau a chi l’ha pensata, immagino Filippo Sensi. Ma a questo punto sarebbe bene che l’opposizione non sottovalutasse la portata di mosse come questa. Sarebbe bene pensare a delle contromisure per non trasformare la scuola in un presidio visivo e visuale del Pd. Sarebbe bene tenere conto (già a partire dagli allestimenti dei comizi) di certe scoperte scientifiche. Come sarebbe bene preservare la neutralità delle aule-seggio. Il luogo in cui votiamo influenza in maniera diretta, concreta e tangibile, il modo in cui votiamo. Non tener presente questo dato di fatto vorrebbe dire regalare al Partito democratico la possibilità di giocare in casa anziché in campo neutro.

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Fuori la Germania dal Campionato Italiano

Fuori la Germania dal Campionato Italiano

La continua ingerenza tedesca negli affari interni italiani è inqualificabile. Nel momento in cui la politica italiana anziché fare fronte comune contro questa invasione di campo sceglie di usare nel proprio interesse quelle dichiarazioni, di fatto indebolisce l’Italia prima che la sua classe politica.

Quando nel 2011, con il centrodestra al Governo e una situazione economica ed occupazionale migliore di quella odierna, iniziarono le ingerenze franco-tedesche ciò che anzitutto indebolì l’Italia fu il fatto che a remare contro il Paese insieme alla coppia Merkel-Sarkozy vi era anche un pezzo di establishment più interessato al proprio tornaconto che alla sovranità italiana.

La dialettica tra maggioranza e opposizione, per quanto dura, è parte irrinunciabile di un sistema democratico, ma nel momento in cui un attore esterno (in questo caso la Germania) torna ad inserirsi prepotentemente in un dibattito a cui non dovrebbe prendere parte, la politica tutta dovrebbe ribellarsi come non fece nel 2011. Dovrebbe dire ad alta voce: “fuori la Germania dai nostri affari interni”. Anche perché le opposizioni che oggi ammettessero questa invasione di campo, una volta al Governo la dovrebbero tollerare senza poter fare più nulla.

Oggi che il Paese ha detto chiaramente “no” ai governi dei tecnici è assolutamente necessario che le opposizioni, a costo di rinunciare a qualche assist estero, affermino compatte e con forza l’esclusività del proprio ruolo. Nel campionato italiano – per usare una metafora calcistica – possono e devono giocare solo le squadre italiane. E quando permettiamo a Merkel, o a chiunque altro, di esprimere giudizi negativi o positivi su questioni interne é come se permettessimo al Bayern Monaco, al Dortmund o a chicchessia di giocare in Serie A. E questo, francamente, é del tutto inaccettabile. La competizione tra squadre straniere si fa in Champions League o in Uefa, non nella lega nazionale.

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Quanto vale per i grillini il sangue di 4 ebrei?

Quanto vale per i grillini il sangue di 4 ebrei?

C’è sangue e sangue. E forse, per i grillini, il sangue di un rabbino – in realtà i religiosi uccisi sono stati 4 – non vale poi così tanto. Niente. Su Gerusalemme, sulla violenza del fondamentalismo islamico di questa mattina, nemmeno una parola.

I vari Beppe Grillo, Alessandro Di Battista, Luigi Di Maio, Di Stefano, Sorial e compagnia brutta non hanno aperto bocca. Su Gerusalemme il silenzio. Chi di parole ne ha sempre usate tante, spesso troppe, non ha saputo trovarne una di condanna o solidarietà per quanto accaduto stamattina.

Pazienza. Se i libri non letti dicono molto su una persona, le parole non dette quando è d’obbligo alzare la voce la dicono lunga sull’ipocrisia di un politico o di una classe politica. In questo caso di Grillo e del Movimento Cinque Stelle.

Gli ebrei, gli israeliani, sono abituati a non essere compatiti. A dire il vero non gli interessa nemmeno. Ed è forse per questo che Israele sopravvive, perché parafrasando Golda Meir preferisce “le condanne alle condoglianze”.

Ma oggi questo non conta. Contano i silenzi che rimangono. E a chi è rimasto zitto io voglio dire una sola cosa: vergogna!

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Il pigrissimo giornalismo politico

Il pigrissimo giornalismo politico

Attingere a ciò che si conosce per spiegare ciò che non si conosce. Questo fa il giornalismo italiano di oggi: usa categorie vecchie per interpretare (non descrivere) realtà nuove. “Democrazia Renziana” (Marco Travaglio), “Balena Rossa” (Libero), “Renzi come Fanfani” (Antonio Polito). La lettura giornalistica si trasforma in analisi storica: il PD come la DC; il trionfo del centrismo. Nè Blair nè Obama: meglio il ritorno al passato.

I dati reali, però, quelli che nessuno aveva previsto raccontano un’altra storia. Ed è la storia di un centro politicamente e partiticamente scomparso. L’Udc non c’è più. Monti idem (un anno fa aveva il 10%). Chi in questi anni ha osato percorrere la strada del centrismo resuscitando la Democrazia Cristiana ha fallito. E’ un dato di fatto che gli italiani, negli ultimi anni, abbiano sempre scelto leader e proposte politiche, anziché strutture e organigrammi. Lo hanno fatto con Berlusconi, Prodi, Grillo e Renzi. E i momenti in cui il centro è stato più forte sono stati quelli in cui proposte politiche e governi erano più deboli (soprattutto a causa della legge elettorale). Il centrismo o il tentativo di un centro di Governo (Monti) negli ultimi anni non ha mai fatto presa.

Richiamarsi alla DC, al primato della mediazione sulla decisione, al centrismo come chiave di lettura dell’attualità, non è cronaca giornalistica, ma pigrizia da piani alti dell’editoria. E’ il tentativo – attraverso un gioco di frame – di imporre opinioni prêt-à-porter. Una lettura dei fatti che usa argomenti vecchi per scriverne di nuovi (bias della disponibilità). E’ il giornalismo. Quello dell’inchiostro simpatico.

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Pubblicato su Mediabias.it

Renzi ha vinto troppo

Renzi ha vinto e tutti gli altri hanno perso. Questo è il dato di fatto. Hanno perso le altre forze politiche. Hanno perso opinionisti, giornalisti e sondaggisti che non ci hanno capito niente. Ma soprattutto hanno perso gli avversari grillini (accreditati da tutti – partendo da loro stessi – come possibili primi classificati).

Una vittoria così netta, però, è un problema. Se da un lato rafforza nettamente la posizione dell’Italia in Europa permettendoci, in vista del semestre italiano di presidenza europea, di imporre una nuova agenda; dall’altro allerta eccessivamente gli alleati di Governo.

Renzi ha più del doppio dei voti di Forza Italia e quasi dieci volte quelli dell’NCD. Non sarà facile gestire questo trionfo. Renzi ha vinto. Forse ha vinto troppo.

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