Difendere Israele sarà reato? (di Angelo Panebianco)

Difendere Israele sarà reato? (di Angelo Panebianco)

Quando verrà superata quell’invisibile barriera al di là della quale difendere Israele diventerà un reato? Quando arriverà il momento, qui in Europa, in cui affermare che Israele è un’isola di civiltà circondata da regimi liberticidi (in tutte le possibili varianti: dal più soft paternalismo autoritario al più feroce totalitarismo religioso) basterà per farsi trascinare in un tribunale sotto l’accusa di incitamento all’odio razziale?

Continua a leggere l’editoriale di Angelo Panebianco sul sito del Corriere della Sera

Da Apple ad Android e da Samsung a LG

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Superata la prova da iOs a Android ho deciso di passare da un Samsung Note 3 Neo a quello che, in gergo tecnico, è chiamato top di gamma: un LG G4.

Da Apple ad Android

Lo ammetto: prima di passare da Apple ad Android ero parecchio scettico. Chi come me passa la giornata attaccato al telefonino capisce bene cosa possa voler dire stravolgere equilibri del genere. Senza farla troppo lunga posso dirvi che ne è valsa la pena. La batteria del Samsung Note 3 Neo e le app sul Play Store mi hanno convinto in poco tempo della validità della scelta fatta. Se prima dovevo puntualmente ricaricare la batteria, dopo, la batteria non è stata più quell’incubo così ricorrente.

Per diversi mesi ho così usato il nuovo cellulare salvo poi decidere a fine luglio che era giunto il momento di passare dal Note ad un top di gamma: LG G4. Senza stare qui a menarla sulla centralità dello smartphone nel mio lavoro quotidiano, così è andata.

Da Samsung Note 3 Neo a LG G4

Passo molto tempo a leggere sul cellulare e quando mi son trovato a scegliere ero indeciso tra tre telefoni: il Note 4, il Note Edge e il G4.

Al di là del fattore prezzo (avevo trovato note 4 allo stesso prezzo del g4, mentre note edge costava un po’ di più) sono stati 3 i fattori che mi hanno indirizzato verso la scelta del LG:
1. La radio fm (ascolto molta radio per lavoro, e averla a disposizione senza connessione dati era un plus)
2. La promozione di LG: acquistando un G4 avrete diritto ad uno smartwatch LG che vi verrà inviato a casa
3. La ricarica rapida (in genere non serve, ma quando serve è importante che sia rapida)
4. La qualità delle foto (si lo so che avevo detto 3 motivi).

Immagino che dei punti 1 e 4 ve ne importi ben poco. Ma sui punti 2 e 3 vorrei condividere con voi la sensazione provata. In merito alla promozione G4 + smartwatch ho scoperto a posteriori che l’invio del regalo avverrà entro 180 giorni. In pratica potrebbero mandarmi lo smartwatch a febbraio 2016 (sic!). Per quanto riguarda la ricarica rapida (ma questo già lo sapevo) devo comprare un carica batterie a parte anche se fatico a capire quale sia questo benedetto carica batterie che devo comprare.

Al di là di ciò l’esperienza con lo smartphone è piacevole, anche se trovo che un top di gamma dovrebbe avere il ridimensionamento automatico delle pagine internet e che l’app per gestire la posta elettronica dovrebbe suddividere i messaggi per giorno permettendo così la selezione e la cancellazione.

Detto ciò è presto per tirare le somme. Vi terrò aggiornati. Anche sull’arrivo dello smartwatch.

Contro l’imposta di successione

Contro l’imposta di successione

E’ vero: il liberalissimo Einaudi era a favore dell’imposta di successione. Ma è anche vero un altro fatto: nel 1949 la pressione fiscale era al 17.6%. Oggi è quasi del triplo. Ecco perché un liberale, oggi, non può che essere contrario alla reintroduzione di un’imposta di successione che, di fatto, sarebbe l’ennesimo modo per fare razzia di quanto accumulato in una vita di sacrifici già iper tassati.

Cari liberali di destra e di sinistra, l’imposta di successione si può reintrodurre ad una sola ed una condizione: riportare la pressione fiscale a livelli di sopportabilità umana.

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Cosa diceva Einaudi sull’imposta di successione:

“Dovrebbe in primo luogo l’imposta ereditaria falcidiare alla morte di ogni uomo tutta l’eccedenza della sostanza che egli in vita ha saputo cumulare al di là di quanto basti a garantire la vita del coniuge superstite, la educazione e la istruzione dei figli sino alla maggiore età economica, la sussistenza dei figli inetti, per deficienze fisiche o mentali, a procacciarsi il sostentamento, il possesso della casa, provveduta di adiacenze, di mobilio, di libri e di oggetti vari, reputata bastevole alla famiglia sopravvivente; sicché la sostanza riservata sia mantenuta entro limiti atti a impedire diseguaglianze apprezzabili nei punti di partenza” (Luigi Einaudi – Lezioni di politica sociale – 1949).

Marino, Crocetta e Barbara D’Urso

Marino, Crocetta e Barbara D’Urso
I casi Crocetta e Marino sono emblematici di due cose: una politica incapace di decidere al momento giusto; una politica che ha bisogno di una pezza d’appoggio della magistratura per prendere una posizione politica netta. Le scartoffie dei tribunali o le indiscrezioni sui giornali si trasformano in un nulla osta a scatenare una guerra di potere pronta da tempo.
Il paradosso é però un altro: se da un lato le presunte intercettazioni e le indagini offrono ai partiti il pretesto per vomitare addosso a sindaci e governatori il loro risentimento, dall’altro un garantismo di facciata (più che di sostanza) mette i partiti nell’impossibilità di prendere decisioni che avrebbero potuto e dovuto prendere prima.
Il disastro politico di Marino e Crocetta era sotto gli occhi di tutti ben prima che indagini e presunte intercettazioni venissero rese pubbliche. Nonostante ciò, nonostante la consapevolezza dell’inadeguatezza di Marino e Crocetta, li hanno lasciati sulle loro poltrone. Sfiduciarli adesso é facile, ma ciò non assolverebbe comunque le classi dirigenti dalle loro responsabilità. Anzi. Se Marino e Crocetta hanno continuato ad amministrare male é perché li hanno lasciati a governare.
Al di là di due casi che mi entusiasmano quanto lo studio delle particelle subatomiche, una domanda rimane sospesa nella mia testa:  cosa sarebbe accaduto se a rendere nota la presunta intercettazione su Crocetta fosse stato Il Giornale o Barbara D’Urso? Cosa si sarebbe detto e fatto nei confronti di un editore che ha fatto pubblicare un intercettazione di cui per ora non c’è traccia in alcuna procura? Come si sarebbe mosse l’Ordine dei Giornalisti? Chissà.

Gli spaghetti quadrati Barilla e i Kellogg’s Extra al Caffé

Gli spaghetti quadrati Barilla e i Kellogg’s Extra al Caffé

Kellogs extra al caffèHo imparato la lezione: se ti piace un nuovo prodotto, dillo a tutti. Ma proprio a tutti, tutti, tutti. Scrivilo ovunque se non vuoi rischiare di non trovare più il tuo amato prodotto da un giorno all’altro.

Questa è stata la mia esperienza con i Kellogg’s Extra al Caffè. Mentre io accecato dal mio palato li compravo e ricompravo, la compagnia decideva di ritirarli dal mercato. Motivo: non vendevano abbastanza. Ho provato in ogni modo a segnalare alla Kellogg’s la mia contrarietà alla loro decisione ma c’è stato poco da fare.  Amen. Io continuo a sperare che in uno slancio visionario cambino idea, promuovano il prodotto e che non lo ritirino mai più.

Però veniamo ad oggi. Oggi la mia nuova passione alimentare ha uno scaffale e un nome. Lo scaffale è quello della pasta. Il nome è quello degli spaghetti quadrati Barilla. Che vi posso dire: sono buoni, hanno una consistenza che amo, legano benissimo con molti sughi e sono un ottimo prodotto.

Provateli. Suggeriteli ai vostri amici. Fate sapere a tutti che vale la pena acquistarli come io non ho fatto sapere a tutti quanto valesse la pena acquistare i Kellogg’s al caffè. Fate girare la voce. Create un fan club. Insomma: fate tutto ciò che non ho fatto e avrei dovuto fare io.  Le passioni, in fondo, si alimentano di noi.

Buon appetito.

spaghetti barilla

p.s. questo post è stato scritto su base volontaria. Non lavoro né per Barilla né per Kellogg’s. p.s.2 interessante che l’anagramma di post sia spot 🙂

Non basta il roaming a salvare l’Europa

Non basta il roaming a salvare l’Europa
Dopo l’Unione monetaria sembra avvicinarsi la prospettiva di un’Unione telefonica. E’ di ieri la notizia di un accordo per mettere fine entro il 15 giugno 2017 al roaming telefonico nell’Unione Europea. Se l’accordo trovasse la conferma degli Stati membri per il Consiglio già a partire dal prossimo maggio i sovrapprezzi per il roaming scenderebbero ad un massimo di 0,05 al minuto per chiamata, 0,05 per megabyte di dati e 0,02 per sms.
Quella che ad alcuni osservatori è parsa come una misura popolare in vista del referendum greco, mostra di fatto la contraddizione di un’Europa che di fatto non sembra rendersi conto che il problema, oggi, non è la costruzione di un’identità europea ma degli Stati Uniti di Europa.
L’Europa di oggi, di fatto, è un centro decisionale in cui non è ben chiaro chi decida. Decide Junker? Decide Merkel? Chi decide, oggi, in Europa? Chi è il primo ministro europeo? Se non è manifesto (seppur chiaro) chi vi sia a capo di questo centro decisionale, appare sempre piuttosto chiaro quali siano di volta in volta i responsabili delle crisi che l’Europa vive. Responsabili che, guarda caso, sono sempre premier nazionali democraticamente eletti (che comunque hanno le loro responsabilità).
Il volto dell’Europa perdente è sempre quella dei singoli premier nazionali e mai (mai!) quella di una Commissione o di un Consiglio che sbaglia le scelte di medio e lungo periodo confondendo la visione contabile con quella politica.
Siamo a un bivio. E non basta riformare il roaming per salvare l’Europa, serve una scelta coraggiosa, un passo avanti. Serve la volontà di tutti gli Stati membri di decidere se fare di Bruxelles un centro di responsabilità a cui si possono imputare errori ed orrori, o se continuare nell’ambiguità di un progetto europeo di cui è difficile riconoscere l’anatomia. Serve il coraggio di decidere se al pari di governi nazionali democraticamente eletti ci debba essere un governo europeo riconoscibile e democraticamente eletto.
Le maggiori libertà di cui disponiamo, la comunanza di una moneta, l’assenza di confini frontalieri e culturali, la rete, hanno dato forza alla fondazione di un’identità europea. Tutto ciò, però, non basta: fatti gli europei o si decide di fare l’Europa o si trova il coraggio di fare un passo indietro. Lo dobbiamo a noi stessi e al nostro futuro perché di questo passo il virus che doveva creare gli anticorpi per un’identità comune più forte, genererà l’esatto opposto.

E’ l’astensionismo il vero voto di protesta

E’ l’astensionismo il vero voto di protesta

Tutto come al solito: ognuno esulta per le proprie vittorie, minimizza le proprie sconfitte, etichetta come voto di protesta quello che di fatto é un voto di proposta (Lega, M5S). Il voto di protesta però non esiste: é una speculazione. I voti non hanno una carta di identità. E se proprio volessimo individuare un’espressione della protesta nella modalità di voto dovremmo guardare all’astensionismo prima che a qualsiasi movimento. Un’astensione che, a differenza di qualsiasi voto, é frutto della mancanza di identificazione politica. Il confine tra voto e non voto, successo e fallimento elettorale, sta tutto lì: nella mancanza di un’identificazione partitica che non possiamo e non dobbiamo confondere con la mancanza di identità politica.
Tutti noi cittadini abbiamo un’identità politica. Ce l’abbiamo quando ci svegliamo la mattina, prendiamo l’autobus, il motorino o la macchina. Quando buttiamo la spazzatura e paghiamo le tasse. Quando ci sentiamo sicuri o insicuri, rispettati o arrabbiati con le nostre amministrazioni locali o centrali. Come cittadini non possiamo ignorare lo Stato. Voto o non voto sappiamo bene che lo Stato continuerà ad occuparsi di noi.
E allora, pur volendo, non possiamo accettare alcuna analisi che parta dal presupposto per cui il cittadino che non vota è un cittadino disinteressato. Semmai è un cittadino che non si riconosce. I cittadini possono sentirsi ignorati dallo Stato, ma quelli che davvero lo ignorano sono per lo più  delinquenti (che non rispettando le leggi fanno una scelta di “devianza”) o coloro che lo Stato decidono di lasciarlo, andandosene a vivere altrove. Gli altri, volenti o no, son parte dello Stato.
Partire da qui, da questa premessa banale, dalla capacità di capire che l’astensione non é una mancanza di identità politica, ma di identificazione é il punto da cui dovrebbe partire chi voglia innovare o rinnovare la propria proposta politica.
L’alibi dell’astensionismo, la necessità di “riflettere sull’astensionismo” anziché dialogare con gli astensionisti, può rassicurare sé stessi ma non fa altro che incentivare la rabbia e la distanza tra chi non è più votato e chi non vota. Un cittadino che non vota è un po’ come una persona che esprime la propria rabbia non rivolgendo la parola a chi l’ha fatto arrabbiare.
E allora per quanto suoni illogico dobbiamo farcene una ragione: l’astensionismo é un voto. Un voto che indica un fallimento grave della politica (come offerta) e dei politici (come rappresentanti). Un voto che, a modo suo, apre anche lo spiraglio a tante opportunità a condizione che si abbia chiaro che per restituire fiducia a chi l’ha persa bisogna dare ascolto a quella rabbia silenziosa anziché strumentalizzarla a sostegno delle proprie tesi o come alibi dei propri fallimenti.
I cittadini non votano i brand, votano le persone. Anche certi valori di riferimento, certo. Ma il voto è voto di scambio. Io ti do il mio voto e tu rappresenti le mie idee (il voto clientelare è una forma degenerata della politica e del voto). I partiti ormai salgono e crollano in fretta. Le transazioni sul “mercato” dei voti viaggiano alla velocità degli indici di borsa (la Lega ha saputo decuplicare i voti ammettendo gli errori, rinnovandosi, e dando voce ad una rabbia che in silenzio non voleva proprio rimanerci).
In questo contesto la sfida allora è chiara: identificare e identificarsi con il malessere e trasformare le voci arrabbiate  e sofferenti della gente in una voce politica propositiva. Una politica fuori dai palazzi e dentro ai condomini, per le strade, nelle industrie, nelle università. Che metta a punto la linea partendo dall’incontro e dal confronto col malessere delle persone, prima ancora che con una proiezione di questa visione sui giornali, su internet o in tv. Comunicare é necessario, ma se il ricevente é un media prima che un cittadino la comunicazione diventa autoreferenziale.
Allo stesso tempo è evidente che le proposte, anche le migliori, non bastano. Serve un/una leader che renda possibile l’armonizzazione tra una comunicazione incentrata su pochi messaggi forti e chiari (vedi reddito di cittadinanza, abolizione Fornero, immigrati, jobs act…) e  un’inversione di rotta nell’intendere la proposta politica come sommatoria di sigle partitiche.
In questo processo il tempo é tiranno ma anche alleato. Bisogna correre. Ed un centrodestra che abbia la capacità di raccogliere la sfida dell’astensione, darsi un leader e una leadership capendo che l’avversario è lo statalismo e non la storia di Berlusconi, può trasformare i voti persi negli ultimi anni in voti investiti in qualcosa di innovativo. Salvini in questo momento è troppo forte per essere sfidato, ma non è con la ruspa che si costruisce una grande area politica. Con la ruspa si distrugge ciò che c’era prima, ma per ricostruire, rinnovare ed innovare servono operai, architetti, ingegneri, geometri, progettisti, etc. Si può fare. Bisogna solo avere un progetto, ottenere i permessi dall’elettorato e provare a cogliere l’attimo. Le jeux sont fait, i giochi sono fatti. A questo punto – se il progetto coincide con le aspettative dell’elettorato e si inserisce bene nell’area politica di riferimento – la premessa per trasformare la protesta in proposta sarà realizzata.
Ah sì: buona festa della Repubblica!

@vitokappa

Pubblicato su Gli Stati Generali (http://www.glistatigenerali.com/governo_partiti-politici/la-premessa-al-voto-di-proposta-e-lastensionismo-come-voto-di-protesta/)

La lavagna elettorale di Renzi

La lavagna elettorale di Renzi

Dimmi dove voti e ti dirò come voti. Arrivare a tanto non è possibile ma è scientificamente dimostrato che il luogo in cui le persone votano influenza il modo in cui votano. La lavagna di Renzi, per quanto apparentemente innocua, va considerata come qualcosa in più di uno strumento per comunicare con tutti gli stakeholder della scuola. Andrebbe considerata come una vera e propria lavagna elettorale. Uno strumento, in vista delle prossime elezioni regionali, per convogliare il consenso sul proprio partito oltre che sulla proposta in esame.

Riporta lo psicologo e premio Nobel per l’Economia Daniel Kahneman che “esporre i soggetti a immagini delle aule e degli armadietti della scuola incrementa la loro tendenza a sostenere un’iniziativa scolastica. L’effetto prodotto dalle immagini è maggiore di quello determinato dall’essere genitori di ragazzi in età scolare”. In pratica l’immagine di un armadietto, un banco o una lavagna influenza la persona più della condizione soggettiva di chi ha un figlio in età scolare.  La tesi, per chi fosse interessato ad approfondire l’argomento, è dimostrata nello studio “Contextual Priming: Where People Vote Affacts How They Vote” di J.Berger, M.Meredith e S.C.Wheeler.

Se in passato il premier – sempre in prossimità di una tornata elettorale – si era fatto vedere in diverse scuole, questa volta la scuola è andata a Palazzo Chigi. La sede del Governo diventa improvvisamente sede di un college di lusso: volumi ben rilegati, una lavagna e dei gessetti colorati, fanno da cornice ad una promessa occulta e ad un vero e proprio messaggio elettorale subliminale.

Chapeau a chi l’ha pensata, immagino Filippo Sensi. Ma a questo punto sarebbe bene che l’opposizione non sottovalutasse la portata di mosse come questa. Sarebbe bene pensare a delle contromisure per non trasformare la scuola in un presidio visivo e visuale del Pd. Sarebbe bene tenere conto (già a partire dagli allestimenti dei comizi) di certe scoperte scientifiche. Come sarebbe bene preservare la neutralità delle aule-seggio. Il luogo in cui votiamo influenza in maniera diretta, concreta e tangibile, il modo in cui votiamo. Non tener presente questo dato di fatto vorrebbe dire regalare al Partito democratico la possibilità di giocare in casa anziché in campo neutro.

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Europa ad orologeria

Europa ad orologeria
Oggi la Corte di Giustizia UE ha tolto Hamas dalla lista dei movimenti terroristi.
Oggi il Parlamento europeo ha votato a favore del riconoscimento della Palestina.
Insomma oggi abbiamo scoperto che anche in Europa c’è la giustizia e la politica ad orologeria. Quella che illudendosi di lasciare un segno nella storia, non fa altro che perdere tempo utile a costruire una pace duratura. Anche perché di fatto sentenze e decisioni ad orologeria come quella odierna, servono solo a rafforzare nei terroristi l’idea che il ricatto sia moneta di scambio nella diplomazia internazionale.
Oggi non ha vinto Hamas. E non hanno vinto nemmeno i palestinesi ancora in balia del fondamentalismo dei loro capi. Oggi ha perso l’Europa. Un’Europa che piegandosi alle lobby petrolifere e ai salotti pseudo-progressisti, di fatto dimostra  di cedere al ricatto di chi non è disposto a rinunciare al terrorismo come strumento di lotta. Un’Europa che non capendo che Hamas è come l’Isis, se non peggio, manda al Mondo un segnale inequivocabile: noi cediamo alle pressioni del più forte. Prima la pace apparente, anche se fittizia, poi la sicurezza. E poco importa che senza pace non c’è sicurezza e viceversa, noi abbiamo scritto una finta pagina di storia: a risolvere il problema ci penserà qualcun altro. Peccato che quel qualcun altro siamo Noi. E peccato, davvero peccato, che questa Europa fredda e cinica non abbia capito che non scegliendo di costruire la pace sui pilastri della sicurezza reciproca, di fatto sta strizzando l’occhio ai fondamentalisti che vogliono distruggere l’Occidente con tutte le sue libertà. Brava, Europa. Illudendoti di poter dare un’accelerata al processo di Pace, potresti aver attivato il timer di una nuova intifada.

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Fuori la Germania dal Campionato Italiano

Fuori la Germania dal Campionato Italiano

La continua ingerenza tedesca negli affari interni italiani è inqualificabile. Nel momento in cui la politica italiana anziché fare fronte comune contro questa invasione di campo sceglie di usare nel proprio interesse quelle dichiarazioni, di fatto indebolisce l’Italia prima che la sua classe politica.

Quando nel 2011, con il centrodestra al Governo e una situazione economica ed occupazionale migliore di quella odierna, iniziarono le ingerenze franco-tedesche ciò che anzitutto indebolì l’Italia fu il fatto che a remare contro il Paese insieme alla coppia Merkel-Sarkozy vi era anche un pezzo di establishment più interessato al proprio tornaconto che alla sovranità italiana.

La dialettica tra maggioranza e opposizione, per quanto dura, è parte irrinunciabile di un sistema democratico, ma nel momento in cui un attore esterno (in questo caso la Germania) torna ad inserirsi prepotentemente in un dibattito a cui non dovrebbe prendere parte, la politica tutta dovrebbe ribellarsi come non fece nel 2011. Dovrebbe dire ad alta voce: “fuori la Germania dai nostri affari interni”. Anche perché le opposizioni che oggi ammettessero questa invasione di campo, una volta al Governo la dovrebbero tollerare senza poter fare più nulla.

Oggi che il Paese ha detto chiaramente “no” ai governi dei tecnici è assolutamente necessario che le opposizioni, a costo di rinunciare a qualche assist estero, affermino compatte e con forza l’esclusività del proprio ruolo. Nel campionato italiano – per usare una metafora calcistica – possono e devono giocare solo le squadre italiane. E quando permettiamo a Merkel, o a chiunque altro, di esprimere giudizi negativi o positivi su questioni interne é come se permettessimo al Bayern Monaco, al Dortmund o a chicchessia di giocare in Serie A. E questo, francamente, é del tutto inaccettabile. La competizione tra squadre straniere si fa in Champions League o in Uefa, non nella lega nazionale.

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