Se questa è l’Ansa

Se questa è l’Ansa
Delle foto dei due genitori ebrei-israeliani o dei loro due figli uccisi (quattro sono miracolosamente sopravvissuti)  non c’è traccia. In compenso, però, l’immagine che compare copia-incollando il link sui social network mostra un poliziotto – immagino israeliano – che impugna un’arma. Cliccando sul link quello che compare è l’immagine della scena del crimine. Nessuna immagine di mamma e papà. Nessuna immagine di due genitori e due figli che lasciano orfani 4 figli e fratelli minorenni (il più grande ha 10 anni).
Conosco molti bravi giornalisti che lavorano all’Ansa. E credo che protesterebbero se qualcuno usasse un’immagine di una ragazza mezza nuda per dare notizia di uno stupro. Proprio per questo spero critichino l’approccio indecente che c’è dietro l’utilizzo dell’immagine di un poliziotto israeliano per dar notizia dell’assassinio di queste vittime innocenti. Usare quell’immagine vuol dire commentare la notizia. Vuol dire dare un senso, una giustificazione, ad un omicidio ingiustificabile. Se poi all’Ansa qualcuno crede che sia giustificabile quanto accaduto lo scriva apertamente, ma basta usare le immagini per manipolare le notizie.
Questo è lo “screenshot” dell’Ansa
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Questo il link:
Ah sì:
Questa è l’immagine di una mamma e un papà che non ci sono più. Colpevoli di essere civili-ebrei-israeliani. Nè loro né i loro figli riposeranno in pace, ma questo frega a pochi.
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Non basta il roaming a salvare l’Europa

Non basta il roaming a salvare l’Europa
Dopo l’Unione monetaria sembra avvicinarsi la prospettiva di un’Unione telefonica. E’ di ieri la notizia di un accordo per mettere fine entro il 15 giugno 2017 al roaming telefonico nell’Unione Europea. Se l’accordo trovasse la conferma degli Stati membri per il Consiglio già a partire dal prossimo maggio i sovrapprezzi per il roaming scenderebbero ad un massimo di 0,05 al minuto per chiamata, 0,05 per megabyte di dati e 0,02 per sms.
Quella che ad alcuni osservatori è parsa come una misura popolare in vista del referendum greco, mostra di fatto la contraddizione di un’Europa che di fatto non sembra rendersi conto che il problema, oggi, non è la costruzione di un’identità europea ma degli Stati Uniti di Europa.
L’Europa di oggi, di fatto, è un centro decisionale in cui non è ben chiaro chi decida. Decide Junker? Decide Merkel? Chi decide, oggi, in Europa? Chi è il primo ministro europeo? Se non è manifesto (seppur chiaro) chi vi sia a capo di questo centro decisionale, appare sempre piuttosto chiaro quali siano di volta in volta i responsabili delle crisi che l’Europa vive. Responsabili che, guarda caso, sono sempre premier nazionali democraticamente eletti (che comunque hanno le loro responsabilità).
Il volto dell’Europa perdente è sempre quella dei singoli premier nazionali e mai (mai!) quella di una Commissione o di un Consiglio che sbaglia le scelte di medio e lungo periodo confondendo la visione contabile con quella politica.
Siamo a un bivio. E non basta riformare il roaming per salvare l’Europa, serve una scelta coraggiosa, un passo avanti. Serve la volontà di tutti gli Stati membri di decidere se fare di Bruxelles un centro di responsabilità a cui si possono imputare errori ed orrori, o se continuare nell’ambiguità di un progetto europeo di cui è difficile riconoscere l’anatomia. Serve il coraggio di decidere se al pari di governi nazionali democraticamente eletti ci debba essere un governo europeo riconoscibile e democraticamente eletto.
Le maggiori libertà di cui disponiamo, la comunanza di una moneta, l’assenza di confini frontalieri e culturali, la rete, hanno dato forza alla fondazione di un’identità europea. Tutto ciò, però, non basta: fatti gli europei o si decide di fare l’Europa o si trova il coraggio di fare un passo indietro. Lo dobbiamo a noi stessi e al nostro futuro perché di questo passo il virus che doveva creare gli anticorpi per un’identità comune più forte, genererà l’esatto opposto.

Europa ad orologeria

Europa ad orologeria
Oggi la Corte di Giustizia UE ha tolto Hamas dalla lista dei movimenti terroristi.
Oggi il Parlamento europeo ha votato a favore del riconoscimento della Palestina.
Insomma oggi abbiamo scoperto che anche in Europa c’è la giustizia e la politica ad orologeria. Quella che illudendosi di lasciare un segno nella storia, non fa altro che perdere tempo utile a costruire una pace duratura. Anche perché di fatto sentenze e decisioni ad orologeria come quella odierna, servono solo a rafforzare nei terroristi l’idea che il ricatto sia moneta di scambio nella diplomazia internazionale.
Oggi non ha vinto Hamas. E non hanno vinto nemmeno i palestinesi ancora in balia del fondamentalismo dei loro capi. Oggi ha perso l’Europa. Un’Europa che piegandosi alle lobby petrolifere e ai salotti pseudo-progressisti, di fatto dimostra  di cedere al ricatto di chi non è disposto a rinunciare al terrorismo come strumento di lotta. Un’Europa che non capendo che Hamas è come l’Isis, se non peggio, manda al Mondo un segnale inequivocabile: noi cediamo alle pressioni del più forte. Prima la pace apparente, anche se fittizia, poi la sicurezza. E poco importa che senza pace non c’è sicurezza e viceversa, noi abbiamo scritto una finta pagina di storia: a risolvere il problema ci penserà qualcun altro. Peccato che quel qualcun altro siamo Noi. E peccato, davvero peccato, che questa Europa fredda e cinica non abbia capito che non scegliendo di costruire la pace sui pilastri della sicurezza reciproca, di fatto sta strizzando l’occhio ai fondamentalisti che vogliono distruggere l’Occidente con tutte le sue libertà. Brava, Europa. Illudendoti di poter dare un’accelerata al processo di Pace, potresti aver attivato il timer di una nuova intifada.

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Fuori la Germania dal Campionato Italiano

Fuori la Germania dal Campionato Italiano

La continua ingerenza tedesca negli affari interni italiani è inqualificabile. Nel momento in cui la politica italiana anziché fare fronte comune contro questa invasione di campo sceglie di usare nel proprio interesse quelle dichiarazioni, di fatto indebolisce l’Italia prima che la sua classe politica.

Quando nel 2011, con il centrodestra al Governo e una situazione economica ed occupazionale migliore di quella odierna, iniziarono le ingerenze franco-tedesche ciò che anzitutto indebolì l’Italia fu il fatto che a remare contro il Paese insieme alla coppia Merkel-Sarkozy vi era anche un pezzo di establishment più interessato al proprio tornaconto che alla sovranità italiana.

La dialettica tra maggioranza e opposizione, per quanto dura, è parte irrinunciabile di un sistema democratico, ma nel momento in cui un attore esterno (in questo caso la Germania) torna ad inserirsi prepotentemente in un dibattito a cui non dovrebbe prendere parte, la politica tutta dovrebbe ribellarsi come non fece nel 2011. Dovrebbe dire ad alta voce: “fuori la Germania dai nostri affari interni”. Anche perché le opposizioni che oggi ammettessero questa invasione di campo, una volta al Governo la dovrebbero tollerare senza poter fare più nulla.

Oggi che il Paese ha detto chiaramente “no” ai governi dei tecnici è assolutamente necessario che le opposizioni, a costo di rinunciare a qualche assist estero, affermino compatte e con forza l’esclusività del proprio ruolo. Nel campionato italiano – per usare una metafora calcistica – possono e devono giocare solo le squadre italiane. E quando permettiamo a Merkel, o a chiunque altro, di esprimere giudizi negativi o positivi su questioni interne é come se permettessimo al Bayern Monaco, al Dortmund o a chicchessia di giocare in Serie A. E questo, francamente, é del tutto inaccettabile. La competizione tra squadre straniere si fa in Champions League o in Uefa, non nella lega nazionale.

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Pochissime righe

Pochissime righe

C’era una volta Emma che le suonava di santa ragione all’Alto Rappresentante agli Affari Esteri dell’Unione, Javier Solana. E c’era una volta Emma che partecipava a manifestazioni per la democrazia in Iran in cui si interrogava circa l’opportunità di avere rapporti con un regime assassino che voleva l’atomica.

C’era una volta, perché sul Corriere di oggi c’è una Bonino che con Solana, Palacio, Blidt e altri sostiene che il dialogo sul nucleare favorirebbe il dialogo sui diritti umani. Che è un po’ come dire che per sperare in un dialogo proficuo con un terrorista, devi metterlo nelle condizioni di avere una bomba.

Io in quella manifestazione avevo qualche chilo in più, ma ora come allora continuo a credere che non si dà il nucleare ad un regime che fa dell’odio, della discriminazione, della violenza, la sua ragion d’essere. Ora come allora credo che non si dà il nucleare ad un regime che impicca una donna che si è difesa da uno stupro; piuttosto che incarcerare per un anno una ragazza che voleva assistere ad un match di pallavolo maschile.

E allora, francamente, faccio fatica a capire Emma. Faccio fatica a capire come si possa pensare di dialogare sui diritti umani cedendo sul nucleare. Faccio fatica a capire come una radicale possa accettare una logica del compromesso in cui la prepotenza l’ha vinta sul rispetto dei diritti. Eh sì, perché il punto di fondo è questo: come fai ad aspettarti cambiamenti da chi, pur avendo un interesse da tutelare in campo, se ne è sempre e comunque continuato a sbattere dei diritti umani? Eh, Bonino: come fai?

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Rabbino restituisce 98.000$ trovati in una scrivania acquistata online

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Connecticut, novembre 2013. Noach Muroff, giovane rabbino, aveva bisogno di una scrivania. Dopo aver fatto le sue ricerche online riesce a trovare su Craigslist.com quella che fa per lui. Prezzo: 200$. Spedizione inclusa.

Passa qualche giorno e la scrivania arriva a destinazione. C’era solo un piccolo problema: il mobile era troppo grande per passare attraverso la porta della stanza a cui era destinata. La soluzione, a quel punto, era solo una: smontarla, farla entrare e riassemblarla. E così Muroff e sua moglie hanno fatto. Un po’ di buona volontà e passa la paura.

Nello smontare la scrivania la scoperta shock: il venditore di quel mobile aveva lasciato al suo interno una busta con 98mila dollari in contanti. La sorpresa, come racconta Muroff nell’intervista, è stata enorme. Per Muroff, giovane rabbino, quella cifra corrispondeva a ciò che, forse, avrebbe guadagnato in 3 o 4 anni. Questo, però, non importava: se scegli di fare il rabbino non è sicuramente perché sei avido di soldi. Così Muroff e sua moglie hanno deciso: “non potevano tenere quei soldi”. La cosa giusta da fare era contattare il legittimo proprietario e restituirglieli. E così, come potrete vedere nel video qui sotto, hanno fatto.

La fantastica storia di Rabbi Noach la dice lunga su quanto certi luoghi comuni siano mossi da motivazioni che affondano le loro radici nell’antisemitismo di destra e di sinistra. Novantotto mila dollari sono una prova sufficiente per dire che quello dei rabbini tirchi è un luogo comune – per chi avesse ancora dubbi – da sfatare completamente. Vi dirò di più: secondo la tradizione ebraica, nel mondo a venire, viene chiesto di rendere conto di ciò che non ci si è concessi. E questo, perdonatemi, sembra più un invito a spendere che a risparmiare…

Pubblicità Geniali: The Economist

Pubblicità Geniali: The Economist

Quei geniacci della BBDO di New York (una delle più premiate agenzie di pubblicità al mondo) ne sanno una più del diavolo. Oppure qualcuno deve aver detto loro, con largo anticipo, che le persone con un quoziente intellettivo più elevato bevono di più.

PREMESSA. Secondo uno studio pubblicato di recente sulla Review of General Psychology, frutto di un’indagine condotta su un gruppo di 1.500 volontari, tra questi due elementi ci sarebbe una correlazione. E’ risultato infatti che quelli con il vizio dell’alcol sembravano essere più intellettualmente dotati.

L’IDEA. Quando i creativi della BBDO quando si sono trovati a dover pubblicizzare l’Economist, devono aver fatto un’ottima ricerca di mercato sul target per essere arrivati al risultato a cui sono arrivati. Infatti, senza neppure sapere di questa ricerca della RGP (che ancora non era stata pubblicata), sono arrivati a questo risultato.

Geniali.

Economist
The Economist

Barzelletta

Barzelletta

Ci sono un cantante di strada italiano, una filippina lesbica, un nero, un’americana, inglesi, francesi e diversi israeliani. Tutti hanno in comune una cosa: sanno cantare alla grande. Non si tratta di una barzelletta (ops), ma dei partecipanti alla fase finale di X Factor Israele.

Il famoso format musicale si è concluso lo scorso martedì con la vittoria della donna delle pulizie di origini filippine che non parla una parola di ebraico.

Rose Fustanes, con la sua storia, ha emozionato Israele. Rose, in Israele, vive da sola. La sua famiglia e la sua fidanzata vivono nelle Filippine. Ed è a loro che Rose, durante l’anno, manda parte dei soldi che guadagna come donna delle pulizie per aiutarli.

A condurre l’edizione israeliana di X Factor è stata la super model (single) israeliana, Bar Rafaeli.

Non è la prima volta che uno straniero vince un talent israeliano. L’anno scorso, ad esempio, a vincere Masterchef fu un tedesco convertito all’ebraismo. Altro che stato di apartheid…in Israele la diversità paga.

Qui sotto i video di alcune delle migliori performance andate in onda nel corso dell’edizione. E menomale che Israele non è uno stato che premia e valorizza le diversità…

Maurizio Scaglioni, l’italiano

Rose Fostanes, la prima audizione della vincitrice

Avishar Jackson

Rose Fostanes si gioca la finale cantando My Way