Contro l’imposta di successione

Contro l’imposta di successione

E’ vero: il liberalissimo Einaudi era a favore dell’imposta di successione. Ma è anche vero un altro fatto: nel 1949 la pressione fiscale era al 17.6%. Oggi è quasi del triplo. Ecco perché un liberale, oggi, non può che essere contrario alla reintroduzione di un’imposta di successione che, di fatto, sarebbe l’ennesimo modo per fare razzia di quanto accumulato in una vita di sacrifici già iper tassati.

Cari liberali di destra e di sinistra, l’imposta di successione si può reintrodurre ad una sola ed una condizione: riportare la pressione fiscale a livelli di sopportabilità umana.

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Cosa diceva Einaudi sull’imposta di successione:

“Dovrebbe in primo luogo l’imposta ereditaria falcidiare alla morte di ogni uomo tutta l’eccedenza della sostanza che egli in vita ha saputo cumulare al di là di quanto basti a garantire la vita del coniuge superstite, la educazione e la istruzione dei figli sino alla maggiore età economica, la sussistenza dei figli inetti, per deficienze fisiche o mentali, a procacciarsi il sostentamento, il possesso della casa, provveduta di adiacenze, di mobilio, di libri e di oggetti vari, reputata bastevole alla famiglia sopravvivente; sicché la sostanza riservata sia mantenuta entro limiti atti a impedire diseguaglianze apprezzabili nei punti di partenza” (Luigi Einaudi – Lezioni di politica sociale – 1949).

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Europa: il 59% rischia, il 41% decide. L’opposto che in Grecia

Europa: il 59% rischia, il 41% decide. L’opposto che in Grecia

il debito greco

Germania e Francia con oltre il 41% del debito greco decidono delle sorti del restante 59%. L’Italia che comunque è il terzo creditore della Grecia non partecipa ai vertici franco-tedeschi.

Nella democratica Europa il 41% decide per il 59% mentre in Grecia con un referendum avviene l’esatto opposto. Forse nella politica di oggi le maggioranze qualificate contano più delle maggioranze assolute. Chissà.

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Non basta il roaming a salvare l’Europa

Non basta il roaming a salvare l’Europa
Dopo l’Unione monetaria sembra avvicinarsi la prospettiva di un’Unione telefonica. E’ di ieri la notizia di un accordo per mettere fine entro il 15 giugno 2017 al roaming telefonico nell’Unione Europea. Se l’accordo trovasse la conferma degli Stati membri per il Consiglio già a partire dal prossimo maggio i sovrapprezzi per il roaming scenderebbero ad un massimo di 0,05 al minuto per chiamata, 0,05 per megabyte di dati e 0,02 per sms.
Quella che ad alcuni osservatori è parsa come una misura popolare in vista del referendum greco, mostra di fatto la contraddizione di un’Europa che di fatto non sembra rendersi conto che il problema, oggi, non è la costruzione di un’identità europea ma degli Stati Uniti di Europa.
L’Europa di oggi, di fatto, è un centro decisionale in cui non è ben chiaro chi decida. Decide Junker? Decide Merkel? Chi decide, oggi, in Europa? Chi è il primo ministro europeo? Se non è manifesto (seppur chiaro) chi vi sia a capo di questo centro decisionale, appare sempre piuttosto chiaro quali siano di volta in volta i responsabili delle crisi che l’Europa vive. Responsabili che, guarda caso, sono sempre premier nazionali democraticamente eletti (che comunque hanno le loro responsabilità).
Il volto dell’Europa perdente è sempre quella dei singoli premier nazionali e mai (mai!) quella di una Commissione o di un Consiglio che sbaglia le scelte di medio e lungo periodo confondendo la visione contabile con quella politica.
Siamo a un bivio. E non basta riformare il roaming per salvare l’Europa, serve una scelta coraggiosa, un passo avanti. Serve la volontà di tutti gli Stati membri di decidere se fare di Bruxelles un centro di responsabilità a cui si possono imputare errori ed orrori, o se continuare nell’ambiguità di un progetto europeo di cui è difficile riconoscere l’anatomia. Serve il coraggio di decidere se al pari di governi nazionali democraticamente eletti ci debba essere un governo europeo riconoscibile e democraticamente eletto.
Le maggiori libertà di cui disponiamo, la comunanza di una moneta, l’assenza di confini frontalieri e culturali, la rete, hanno dato forza alla fondazione di un’identità europea. Tutto ciò, però, non basta: fatti gli europei o si decide di fare l’Europa o si trova il coraggio di fare un passo indietro. Lo dobbiamo a noi stessi e al nostro futuro perché di questo passo il virus che doveva creare gli anticorpi per un’identità comune più forte, genererà l’esatto opposto.

Fuori la Germania dal Campionato Italiano

Fuori la Germania dal Campionato Italiano

La continua ingerenza tedesca negli affari interni italiani è inqualificabile. Nel momento in cui la politica italiana anziché fare fronte comune contro questa invasione di campo sceglie di usare nel proprio interesse quelle dichiarazioni, di fatto indebolisce l’Italia prima che la sua classe politica.

Quando nel 2011, con il centrodestra al Governo e una situazione economica ed occupazionale migliore di quella odierna, iniziarono le ingerenze franco-tedesche ciò che anzitutto indebolì l’Italia fu il fatto che a remare contro il Paese insieme alla coppia Merkel-Sarkozy vi era anche un pezzo di establishment più interessato al proprio tornaconto che alla sovranità italiana.

La dialettica tra maggioranza e opposizione, per quanto dura, è parte irrinunciabile di un sistema democratico, ma nel momento in cui un attore esterno (in questo caso la Germania) torna ad inserirsi prepotentemente in un dibattito a cui non dovrebbe prendere parte, la politica tutta dovrebbe ribellarsi come non fece nel 2011. Dovrebbe dire ad alta voce: “fuori la Germania dai nostri affari interni”. Anche perché le opposizioni che oggi ammettessero questa invasione di campo, una volta al Governo la dovrebbero tollerare senza poter fare più nulla.

Oggi che il Paese ha detto chiaramente “no” ai governi dei tecnici è assolutamente necessario che le opposizioni, a costo di rinunciare a qualche assist estero, affermino compatte e con forza l’esclusività del proprio ruolo. Nel campionato italiano – per usare una metafora calcistica – possono e devono giocare solo le squadre italiane. E quando permettiamo a Merkel, o a chiunque altro, di esprimere giudizi negativi o positivi su questioni interne é come se permettessimo al Bayern Monaco, al Dortmund o a chicchessia di giocare in Serie A. E questo, francamente, é del tutto inaccettabile. La competizione tra squadre straniere si fa in Champions League o in Uefa, non nella lega nazionale.

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Papa Francesco meglio di Donald Trump

Il denaro è uno strumento che in qualche modo – come la proprietà – prolunga e accresce le capacità della libertà umana, consentendole di operare nel mondo, di agire, di portare frutto. Di per sé è uno strumento buono, come quasi tutte le cose di cui l’uomo dispone: è un mezzo che allarga le nostre possibilità.

A scrivere queste parole non è Donald Trump, ma Papa Francesco.

Nella prefazione al libro del Cardinal Müller “Povera per i Poveri. La missione della Chiesa”, pubblicata in anteprima sul Corriere della Sera di oggi, Bergoglio va al nocciolo di una questione centrale nel mondo in cui viviamo: quella del valore del denaro.

Francesco esordisce con una domanda:

Chi di noi non si sente a disagio nell’affrontare anche la sola parola «povertà»?

Una domanda profonda, introspettiva, a cui però risponde sì parlando di povertà, ma prospettando ricchezza e benessere.

Francesco sa che il vero tema è quello. Sa che quando si parla di povertà, in realtà, non si fa altro che mettere in discussione il nostro benessere, il nostro status sociale, le nostre paure.

Il mondo occidentale  – scrive il Papa – identifica la povertà anzitutto con l’assenza di potere economico ed enfatizza negativamente questo status. Il suo governo, infatti, si fonda essenzialmente sull’enorme potere che il denaro ha acquisito oggi, un potere apparentemente superiore a ogni altro. Perciò un’assenza di potere economico significa irrilevanza a livello politico, sociale e persino umano. Chi non possiede denaro, viene considerato solo nella misura in cui può servire ad altri scopi. Ci sono tante povertà, ma la povertà economica è quella che viene guardata con maggior orrore.

In un passaggio successivo della sua riflessione, Francesco, sembra poi rifarsi alla tradizione ebraica soprattutto quando parla di “originale legame tra profitto e solidarietà”. Scrive il Papa:

…quando i beni di cui si dispone sono utilizzati non solo per i propri bisogni, essi diffondendosi si moltiplicano e portano spesso un frutto inatteso. Infatti vi è un originale legame tra profitto e solidarietà, una circolarità feconda fra guadagno e dono

La prefazione del Papa si chiude poi affrontando il tema dell’interdipendenza degli uomini e dell’accettazione della “povertà creaturale” come un punto di forza anziché “un handicap”:

In ogni caso, dipendiamo da qualcuno o da qualcosa. Possiamo vivere ciò come una debilitazione del vivere o come una possibilità, come una risorsa per fare i conti con un mondo in cui nessuno può far a meno dell’altro, in cui tutti siamo utili e preziosi per tutti, ciascuno a suo modo. Non c’è come scoprire questo che spinge a una prassi responsabile e responsabilizzante, in vista di un bene che è allora, davvero, inscindibilmente personale e comune. È evidente che questa prassi può nascere solo da una nuova mentalità, dalla conversione ad un nuovo modo di guardarci gli uni con gli altri! Solo quando l’uomo si concepisce non come un mondo a sé stante, ma come uno che per sua natura è legato a tutti gli altri, originariamente sentiti come «fratelli», è possibile una prassi sociale in cui il bene comune non rimane parola vuota e astratta! 

Quando l’uomo si concepisce così e si educa a vivere così, l’originaria povertà creaturale non è più sentita come un handicap, bensì come una risorsa, nella quale ciò che arricchisce ciascuno, e liberamente viene donato, è un bene e un dono che ricade poi a vantaggio di tutti.

Quella di Francesco, pur per un non-cattolico come me, è una riflessione laicamente stupenda. Se avete 10 minuti leggetevela integralmente cliccando qui.

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