Chiamateli ebrei

Chiamateli ebrei

Schermata 2015-10-04 alle 10.15.10La Repubblica in prima pagina scrive che a Gerusalemme è stata uccisa coppia di “ortodossi” (nove lettere). Non ebrei (e-b-r-e-i, cinque lettere). E nemmeno israeliani (i-s-r-a-e-l-i-a-n-i, nove lettere). Un titolo che più freddo non si può: L’agguato | Gerusalemme uccisa coppia di ortodossi. Immedesimazione del lettore con gli ortodossi pari a meno 20. Chi sono questi ortodossi, chi li conosce? Una scelta che, evidentemente, non è stata dettata dall’assenza di spazio per descrivere altrimenti questa coppia di ebrei, di israeliani o semplicemente di genitori.

Per capire di che ortodossi si parli bisogna leggere il pezzo. Si tratta forse di greci ortodossi? O forse son russi? O forse son armeni? No, son ebrei. Ebrei praticanti, certo, ma questo nulla ha a che fare con le coltellate che li hanno colpiti.
Non credo che la simpatia o l’empatia con il popolo di Israele o con quello degli ebrei sia un dovere. Non lo è affatto. Il diritto ad amare o odiare gli ebrei come pure ad amare o odiare Israele e gli israeliani non lo nego a nessuno. Ognuno ami e odi ciò che vuole e chi gli pare. Ciò che invece è un dovere universale è quello di chiamare ognuno col proprio nome. BASTA nascondere l’umanità di chi non ci piace dietro un linguaggio che ce lo rende empaticamente distante (colono, ortodosso, etc..).
Mi dispiace che questo richiamo in prima pagina venga proprio da un giornale di sinistra. Da un giornale, che in fondo, dovrebbe amare e valorizzare le differenze. Mettere la qualità umana di fronte alla carta di identità politica, identitaria o religiosa. Mi dispiace che un giornale che della diversità dice di fare una bandiera declassi questa coppia di genitori, questa coppia di ebrei, questa coppia di israeliani, a qualcosa di intangibile per i più: gli ortodossi.
Mi dispiace anche che lo chiamino “agguato”. Perché l’agguato è un’imboscata di carattere militare tesa a colpire un nemico (cfr. Treccani), mentre quello di ieri non è stato un agguato, ma l’attentato di un killer, di un martire desideroso di uccidere degli ebrei non di colpire un posto di blocco, una caserma o conquistare territorio in un’azione di guerriglia.
Capisco che la questione tra israeliani e palestinesi sia diventata un derby in cui ognuno si sente in dovere di prendere una parte o l’altra, ma se proprio a questa dinamica ci si vuole uniformare si abbia la dignità e il rispetto che si deve al proprio nemico. Quale che esso sia.
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Difendere Israele sarà reato? (di Angelo Panebianco)

Difendere Israele sarà reato? (di Angelo Panebianco)

Quando verrà superata quell’invisibile barriera al di là della quale difendere Israele diventerà un reato? Quando arriverà il momento, qui in Europa, in cui affermare che Israele è un’isola di civiltà circondata da regimi liberticidi (in tutte le possibili varianti: dal più soft paternalismo autoritario al più feroce totalitarismo religioso) basterà per farsi trascinare in un tribunale sotto l’accusa di incitamento all’odio razziale?

Continua a leggere l’editoriale di Angelo Panebianco sul sito del Corriere della Sera

Da Apple ad Android e da Samsung a LG

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Superata la prova da iOs a Android ho deciso di passare da un Samsung Note 3 Neo a quello che, in gergo tecnico, è chiamato top di gamma: un LG G4.

Da Apple ad Android

Lo ammetto: prima di passare da Apple ad Android ero parecchio scettico. Chi come me passa la giornata attaccato al telefonino capisce bene cosa possa voler dire stravolgere equilibri del genere. Senza farla troppo lunga posso dirvi che ne è valsa la pena. La batteria del Samsung Note 3 Neo e le app sul Play Store mi hanno convinto in poco tempo della validità della scelta fatta. Se prima dovevo puntualmente ricaricare la batteria, dopo, la batteria non è stata più quell’incubo così ricorrente.

Per diversi mesi ho così usato il nuovo cellulare salvo poi decidere a fine luglio che era giunto il momento di passare dal Note ad un top di gamma: LG G4. Senza stare qui a menarla sulla centralità dello smartphone nel mio lavoro quotidiano, così è andata.

Da Samsung Note 3 Neo a LG G4

Passo molto tempo a leggere sul cellulare e quando mi son trovato a scegliere ero indeciso tra tre telefoni: il Note 4, il Note Edge e il G4.

Al di là del fattore prezzo (avevo trovato note 4 allo stesso prezzo del g4, mentre note edge costava un po’ di più) sono stati 3 i fattori che mi hanno indirizzato verso la scelta del LG:
1. La radio fm (ascolto molta radio per lavoro, e averla a disposizione senza connessione dati era un plus)
2. La promozione di LG: acquistando un G4 avrete diritto ad uno smartwatch LG che vi verrà inviato a casa
3. La ricarica rapida (in genere non serve, ma quando serve è importante che sia rapida)
4. La qualità delle foto (si lo so che avevo detto 3 motivi).

Immagino che dei punti 1 e 4 ve ne importi ben poco. Ma sui punti 2 e 3 vorrei condividere con voi la sensazione provata. In merito alla promozione G4 + smartwatch ho scoperto a posteriori che l’invio del regalo avverrà entro 180 giorni. In pratica potrebbero mandarmi lo smartwatch a febbraio 2016 (sic!). Per quanto riguarda la ricarica rapida (ma questo già lo sapevo) devo comprare un carica batterie a parte anche se fatico a capire quale sia questo benedetto carica batterie che devo comprare.

Al di là di ciò l’esperienza con lo smartphone è piacevole, anche se trovo che un top di gamma dovrebbe avere il ridimensionamento automatico delle pagine internet e che l’app per gestire la posta elettronica dovrebbe suddividere i messaggi per giorno permettendo così la selezione e la cancellazione.

Detto ciò è presto per tirare le somme. Vi terrò aggiornati. Anche sull’arrivo dello smartwatch.

Marino, Crocetta e Barbara D’Urso

Marino, Crocetta e Barbara D’Urso
I casi Crocetta e Marino sono emblematici di due cose: una politica incapace di decidere al momento giusto; una politica che ha bisogno di una pezza d’appoggio della magistratura per prendere una posizione politica netta. Le scartoffie dei tribunali o le indiscrezioni sui giornali si trasformano in un nulla osta a scatenare una guerra di potere pronta da tempo.
Il paradosso é però un altro: se da un lato le presunte intercettazioni e le indagini offrono ai partiti il pretesto per vomitare addosso a sindaci e governatori il loro risentimento, dall’altro un garantismo di facciata (più che di sostanza) mette i partiti nell’impossibilità di prendere decisioni che avrebbero potuto e dovuto prendere prima.
Il disastro politico di Marino e Crocetta era sotto gli occhi di tutti ben prima che indagini e presunte intercettazioni venissero rese pubbliche. Nonostante ciò, nonostante la consapevolezza dell’inadeguatezza di Marino e Crocetta, li hanno lasciati sulle loro poltrone. Sfiduciarli adesso é facile, ma ciò non assolverebbe comunque le classi dirigenti dalle loro responsabilità. Anzi. Se Marino e Crocetta hanno continuato ad amministrare male é perché li hanno lasciati a governare.
Al di là di due casi che mi entusiasmano quanto lo studio delle particelle subatomiche, una domanda rimane sospesa nella mia testa:  cosa sarebbe accaduto se a rendere nota la presunta intercettazione su Crocetta fosse stato Il Giornale o Barbara D’Urso? Cosa si sarebbe detto e fatto nei confronti di un editore che ha fatto pubblicare un intercettazione di cui per ora non c’è traccia in alcuna procura? Come si sarebbe mosse l’Ordine dei Giornalisti? Chissà.

Grazie.

Sono le unamenoventi e dopo una serata a cena con un po’ di amici me ne sto andando a dormire. Prima di farlo do un’occhiata al computer, smanetto un po’ tra i preferiti e, dopo una settimana di assenza, torno sul blog. BOOM, in 350mila avete letto cose che ho scritto, condiviso, citato in quest’ultimo anno e mezzo.

Grazie. Alcuni fanno finta di fregarsene dell’audience, a me invece importa. Mi fa piacere sapere di avere la vostra attenzione, anche se passeggera.

Vito

E’ l’astensionismo il vero voto di protesta

E’ l’astensionismo il vero voto di protesta

Tutto come al solito: ognuno esulta per le proprie vittorie, minimizza le proprie sconfitte, etichetta come voto di protesta quello che di fatto é un voto di proposta (Lega, M5S). Il voto di protesta però non esiste: é una speculazione. I voti non hanno una carta di identità. E se proprio volessimo individuare un’espressione della protesta nella modalità di voto dovremmo guardare all’astensionismo prima che a qualsiasi movimento. Un’astensione che, a differenza di qualsiasi voto, é frutto della mancanza di identificazione politica. Il confine tra voto e non voto, successo e fallimento elettorale, sta tutto lì: nella mancanza di un’identificazione partitica che non possiamo e non dobbiamo confondere con la mancanza di identità politica.
Tutti noi cittadini abbiamo un’identità politica. Ce l’abbiamo quando ci svegliamo la mattina, prendiamo l’autobus, il motorino o la macchina. Quando buttiamo la spazzatura e paghiamo le tasse. Quando ci sentiamo sicuri o insicuri, rispettati o arrabbiati con le nostre amministrazioni locali o centrali. Come cittadini non possiamo ignorare lo Stato. Voto o non voto sappiamo bene che lo Stato continuerà ad occuparsi di noi.
E allora, pur volendo, non possiamo accettare alcuna analisi che parta dal presupposto per cui il cittadino che non vota è un cittadino disinteressato. Semmai è un cittadino che non si riconosce. I cittadini possono sentirsi ignorati dallo Stato, ma quelli che davvero lo ignorano sono per lo più  delinquenti (che non rispettando le leggi fanno una scelta di “devianza”) o coloro che lo Stato decidono di lasciarlo, andandosene a vivere altrove. Gli altri, volenti o no, son parte dello Stato.
Partire da qui, da questa premessa banale, dalla capacità di capire che l’astensione non é una mancanza di identità politica, ma di identificazione é il punto da cui dovrebbe partire chi voglia innovare o rinnovare la propria proposta politica.
L’alibi dell’astensionismo, la necessità di “riflettere sull’astensionismo” anziché dialogare con gli astensionisti, può rassicurare sé stessi ma non fa altro che incentivare la rabbia e la distanza tra chi non è più votato e chi non vota. Un cittadino che non vota è un po’ come una persona che esprime la propria rabbia non rivolgendo la parola a chi l’ha fatto arrabbiare.
E allora per quanto suoni illogico dobbiamo farcene una ragione: l’astensionismo é un voto. Un voto che indica un fallimento grave della politica (come offerta) e dei politici (come rappresentanti). Un voto che, a modo suo, apre anche lo spiraglio a tante opportunità a condizione che si abbia chiaro che per restituire fiducia a chi l’ha persa bisogna dare ascolto a quella rabbia silenziosa anziché strumentalizzarla a sostegno delle proprie tesi o come alibi dei propri fallimenti.
I cittadini non votano i brand, votano le persone. Anche certi valori di riferimento, certo. Ma il voto è voto di scambio. Io ti do il mio voto e tu rappresenti le mie idee (il voto clientelare è una forma degenerata della politica e del voto). I partiti ormai salgono e crollano in fretta. Le transazioni sul “mercato” dei voti viaggiano alla velocità degli indici di borsa (la Lega ha saputo decuplicare i voti ammettendo gli errori, rinnovandosi, e dando voce ad una rabbia che in silenzio non voleva proprio rimanerci).
In questo contesto la sfida allora è chiara: identificare e identificarsi con il malessere e trasformare le voci arrabbiate  e sofferenti della gente in una voce politica propositiva. Una politica fuori dai palazzi e dentro ai condomini, per le strade, nelle industrie, nelle università. Che metta a punto la linea partendo dall’incontro e dal confronto col malessere delle persone, prima ancora che con una proiezione di questa visione sui giornali, su internet o in tv. Comunicare é necessario, ma se il ricevente é un media prima che un cittadino la comunicazione diventa autoreferenziale.
Allo stesso tempo è evidente che le proposte, anche le migliori, non bastano. Serve un/una leader che renda possibile l’armonizzazione tra una comunicazione incentrata su pochi messaggi forti e chiari (vedi reddito di cittadinanza, abolizione Fornero, immigrati, jobs act…) e  un’inversione di rotta nell’intendere la proposta politica come sommatoria di sigle partitiche.
In questo processo il tempo é tiranno ma anche alleato. Bisogna correre. Ed un centrodestra che abbia la capacità di raccogliere la sfida dell’astensione, darsi un leader e una leadership capendo che l’avversario è lo statalismo e non la storia di Berlusconi, può trasformare i voti persi negli ultimi anni in voti investiti in qualcosa di innovativo. Salvini in questo momento è troppo forte per essere sfidato, ma non è con la ruspa che si costruisce una grande area politica. Con la ruspa si distrugge ciò che c’era prima, ma per ricostruire, rinnovare ed innovare servono operai, architetti, ingegneri, geometri, progettisti, etc. Si può fare. Bisogna solo avere un progetto, ottenere i permessi dall’elettorato e provare a cogliere l’attimo. Le jeux sont fait, i giochi sono fatti. A questo punto – se il progetto coincide con le aspettative dell’elettorato e si inserisce bene nell’area politica di riferimento – la premessa per trasformare la protesta in proposta sarà realizzata.
Ah sì: buona festa della Repubblica!

@vitokappa

Pubblicato su Gli Stati Generali (http://www.glistatigenerali.com/governo_partiti-politici/la-premessa-al-voto-di-proposta-e-lastensionismo-come-voto-di-protesta/)

La lavagna elettorale di Renzi

La lavagna elettorale di Renzi

Dimmi dove voti e ti dirò come voti. Arrivare a tanto non è possibile ma è scientificamente dimostrato che il luogo in cui le persone votano influenza il modo in cui votano. La lavagna di Renzi, per quanto apparentemente innocua, va considerata come qualcosa in più di uno strumento per comunicare con tutti gli stakeholder della scuola. Andrebbe considerata come una vera e propria lavagna elettorale. Uno strumento, in vista delle prossime elezioni regionali, per convogliare il consenso sul proprio partito oltre che sulla proposta in esame.

Riporta lo psicologo e premio Nobel per l’Economia Daniel Kahneman che “esporre i soggetti a immagini delle aule e degli armadietti della scuola incrementa la loro tendenza a sostenere un’iniziativa scolastica. L’effetto prodotto dalle immagini è maggiore di quello determinato dall’essere genitori di ragazzi in età scolare”. In pratica l’immagine di un armadietto, un banco o una lavagna influenza la persona più della condizione soggettiva di chi ha un figlio in età scolare.  La tesi, per chi fosse interessato ad approfondire l’argomento, è dimostrata nello studio “Contextual Priming: Where People Vote Affacts How They Vote” di J.Berger, M.Meredith e S.C.Wheeler.

Se in passato il premier – sempre in prossimità di una tornata elettorale – si era fatto vedere in diverse scuole, questa volta la scuola è andata a Palazzo Chigi. La sede del Governo diventa improvvisamente sede di un college di lusso: volumi ben rilegati, una lavagna e dei gessetti colorati, fanno da cornice ad una promessa occulta e ad un vero e proprio messaggio elettorale subliminale.

Chapeau a chi l’ha pensata, immagino Filippo Sensi. Ma a questo punto sarebbe bene che l’opposizione non sottovalutasse la portata di mosse come questa. Sarebbe bene pensare a delle contromisure per non trasformare la scuola in un presidio visivo e visuale del Pd. Sarebbe bene tenere conto (già a partire dagli allestimenti dei comizi) di certe scoperte scientifiche. Come sarebbe bene preservare la neutralità delle aule-seggio. Il luogo in cui votiamo influenza in maniera diretta, concreta e tangibile, il modo in cui votiamo. Non tener presente questo dato di fatto vorrebbe dire regalare al Partito democratico la possibilità di giocare in casa anziché in campo neutro.

Twitter @vitokappa

Facebook Vito Kappa

Ordini abusivi. In difesa di Barbara D’Urso

Ordini abusivi. In difesa di Barbara D’Urso

“Oh, hai sentito? Hanno denunciato Barbara D’Urso per esercizio abusivo d’intervista!

Eh?

Esercizio abusivo d’intervista!

Ma che reato è?

Conduce un programma e fa le interviste senza essere iscritta all’Ordine dei Giornalisti.

Ah, solo i giornalisti con il tesserino hanno diritto di intervistare?

Eh sì.

E noi blogger? E gli Youtuber?

Siamo fuori legge”.

Barbara D’Urso è stata denunciata dal Presidente dell’Ordine dei Giornalisti, Enzo Iacopino. La colpa? Essere la regina incontrastata della cosiddetta ” televisione del dolore”, quel tipo di giornalismo che scava nel privato delle vittime dei casi di cronaca nera. E all’Ordine questo non piace, è cattiva informazione. Ma siccome non esiste un reato per la cattiva informazione, l’illiberale ODG ha deciso di agitare l’unico grimaldello a sua disposizione, quello del procedimento per esercizio abusivo della professione giornalistica, un reato penale liberticida che non esiste in nessun altro paese al mondo che prevede ammende pecuniarie e la reclusione fino a 6 mesi.
Nell’esposto si legge: “la signora D’Urso, pur non essendo iscritta all’Albo dei Giornalisti, compie sistematicamente un’attività (l’intervista) individuata come specifica della professione giornalistica, senza esserne titolata e senza rispettare le regole, con negative ripercussioni sull’immagine di quest’Ordine”. Una semplice conduttrice che fa interviste, quale affronto!

Peccato che la D’Urso conduca un programma tv che fa capo a una testata giornalistica, VideoNews, testata giornalistica composta da un direttore responsabile e dei regolarissimi giornalisti iscritti all’Ordine che, ma tu guarda, lavorano proprio per questo show del dolore e tutti i giorni contribuiscono a confezionare i servizi che andranno in onda nel programma condotto dall’abusiva Barbara. Ma Iacopino se la prende solo con lo specchietto per le allodole D’Urso, mica con i giornalisti di VideoNews. Lei è molto più facile da attaccare e fa molta più notizia. Complimenti per il marketing e i like su Facebook, Presidente!
E infatti, non appena comunicata la notizia, frotte di festanti sacri iscritti giornalisti hanno esultato: “evviva evviva, alla gogna l’abusiva!”. Sul profilo Facebook di Iacopino si sono susseguiti commenti che proponevano le sanzioni più assurde e disparate. C’è chi chiede di denunciare i blogger, chi gli abusivi che firmano comunicati stampa, chi addirittura vorrebbe denunciare gli opinionisti dei programmi tv. E’ la tv del dolore quindi il vero problema? Macché! Il problema son “gli abusivi che ci rubano il lavoro”!

Purtroppo l’esercizio abusivo della professione giornalistica non tiene conto della qualità, della professionalità e dell’etica del presunto usurpatore di titoli. Non tiene conto nemmeno della possibilità che l’usurpatore non si riconosca in un ordine del genere. L’usurpatore viene denunciato perché fa il giornalista senza essere iscritto all’albo. Poco importa se è davvero bravo, sta commettendo un reato. Vive nell’illegalità. E infatti qualche anno fa toccò a Pino Maniaci, bravissimo giornalista antimafia, che venne denunciato per esercizio abusivo della professione giornalistica perché conduceva il telegiornale dell’emittente Telejato e faceva inchieste sulla mafia senza avere i titoli per farlo. Fortunatamente Maniaci fu assolto, dopo anni di calvario giudiziario. Assolto perché il fatto non sussiste. Assolto grazie a un giudice raziocinante.
Ora, per quanto possano non piacere certe trasmissioni televisive e il loro modo di trattare i casi di cronaca nera, ci terremmo a ricordare all’ODG che possano esistere giornalisti regolarmente iscritti all’albo che quotidianamente infrangono le basilari regole di deontologia professionale cui sarebbero sottoposti, tanto quanto le varie D’Urso, e non ci sembra che l’Ordine si stracci le vesti o agisca compatto nei loro confronti, anzi.
Non va bene la “tv del dolore” della D’Urso, ma le interviste alla sorella di Bossetti di “Quarto grado” e le ospitate della Franzoni o i plastici di “Porta a Porta”, e potremmo continuare all’infinito, cosa hanno di diverso? Non fanno “spettacolarizzazione del dolore”? Non travalicano mai i confini dell’etica e della deontologia della professione? E che dire allora del Fatto Quotidiano, che ha fondato la sua linea editoriale sul giustizialismo e che tratta intercettazioni telefoniche e avvisi di garanzia alla stregua di sentenze passate in giudicato ancor prima che possa aver luogo anche solo la prima udienza del processo? Non è anche questa “cattiva informazione”, secondo l’Ordine?

Quindi, due pesi e due misure? Perché proprio la D’Urso? La qualità dell’informazione è importante solo quando c’è da attaccare un non iscritto alla corporazione?
Ma la domanda più interessante, però, è soprattutto una: l’Ordine dei giornalisti a cosa serve? A garantire la libertà e la qualità dell’informazione? Non si direbbe, più che altro cerca di garantire le prerogative dei propri iscritti. Inghilterra, USA, Francia, Spagna, Olanda e moltissimi altri paesi europei ed extraeuropei hanno una qualità dell’informazione decisamente migliore rispetto a quella italiana e nessun ordine. Hanno semplicemente una legislazione e delle norme deontologiche da rispettare, ma la professione può esercitarla chiunque, nessuna barriera d’ingresso, nessuna iscrizione ad alcun organismo è richiesta e a nessuno verrebbe mai in mente di denunciare i giornalisti abusivi semplicemente perché questo nei paesi civili non è considerato un reato. “Giornalista è chi il giornalista fa”, per dirla alla Forrest Gump. Ma in Italia no, in Italia i sedicenti cani da guardia dell’informazione e della democrazia sostengono che chi non è iscritto alla corporazione dei giornalisti non ha il diritto di fare giornalismo.
Ma in un paese occidentale il vero abuso è permettere l’esistenza di un organo che trova sacrosanto denunciare dei cittadini che si arrogano il diritto di fare informazione. Altro che le Barbara D’Urso e i blogger che fanno interviste senza avere tesserino, qui l’unico abusivo è l’Ordine.

di Charlotte Matteini, Vito Kahlun e Riccardo Ghezzi

Originale pubblicato su qelsi.it

3 buoni motivi per comprare un Moncler ed essere fighi

3 buoni motivi per comprare un Moncler ed essere fighi

Ok, il titolo è provocatorio ma l’ho fatto apposta. La verità è che di fronte a tutto questo lussuoso moralismo non ho resistito. Il caso Moncler è il classico caso di finto perbenismo e moralismo in cui vive la nostra società. Un perbenismo e un moralismo che associato ai loghi e ai marchi regala a tutti l’opportunità di associare liberamente un proprio pensiero ad un logo che si possono permettere in pochi ma che comunque molti si permettono.

Avete presente quando qualcuno dice “che tutti si lamentano ma poi vogliono l’iPhone e blablabla”? Più o meno inconsciamente sta associando il brand a se stesso. Il che è legittimo, ma spesso legato ad un desiderio inconscio di rappresentarsi come parte di un mondo, quello del lusso e della qualità, a cui si finge di voler (o di non voler) appartenere.

Le vere oche, allora, siamo noi. O almeno quelli che oggi criticano Moncler e che tutti i giorni si comprano il vestitino o l’accessorio a 19.90. Anche perché se oggi i vestitini e gli accessorini e quello che vi pare costano così poco è perché spesso quei prodotti sono fatti in luoghi in cui il lavoratore più fortunato lavora 12 ore al giorno. Ma tutto questo va bene. O almeno ce lo facciamo andar bene finché gli occhi non vedono e i cuori non piangono.

Allo stesso modo in cui compriamo un vestitino a poco, quelli che se lo possono permettere (o che se lo vogliono permettere) si concedono il lusso di pagare tanto un vestito di lusso solo in ragione del marchio.

Nella società dei simboli e degli status symbol non scegliamo le migliori piume, scegliamo le più fighe. E allora perché, provocatoriamente, ho titolato così questo post? Perché credo che tutto questo polverone intorno a Moncler rappresenti un po’ una farsa e un po’ un’opportunità per chi vuole affermare la propria identità sociale attraverso l’apparenza, di dimostrarla. Per 3 motivi abbastanza semplici che metto sotto forma di statement nel caso qualcuno vi rompa le scatole.

1) “Vesto Moncler perché è il piumino più caldo, leggero, bello e famoso che c’è. E tu che mi critichi tanto sai che le tue scarpe, e il tuo giubotto sono made in Vattela a Pesca? E lo sai che Vattela a Pesca sfrutta i bambini? Meglio sfruttare le oche, sempre che fosse dimostrato quanto asserito da Report, che sfruttare i bambini”.

2) “Vesto Moncler per protesta. Non amo il conformismo e il linciaggio mediatico. Se mi vuoi vietare qualcosa, io sento il bisogno di farla”.

3) “Vesto Moncler perché ho letto la posizione di Moncler e mi ha convinto. Ho dubbi su quanto sostenuto da Report e se mi sbaglio amen. Tu per esempio lo sapevi che…”

Io, se proprio lo volete sapere, non vesto Moncler. Ma non per le inchieste o per altro. Non vesto Moncler perché i piumini mi inquartano (a Roma inquartare vuol dire che mi fanno sembrare più grosso). E visto che non amo sembrare più grosso, metto altro.

….

Vito Kappa (anche su Facebook e Twitter)