Tutto come al solito: ognuno esulta per le proprie vittorie, minimizza le proprie sconfitte, etichetta come voto di protesta quello che di fatto é un voto di proposta (Lega, M5S). Il voto di protesta però non esiste: é una speculazione. I voti non hanno una carta di identità. E se proprio volessimo individuare un’espressione della protesta nella modalità di voto dovremmo guardare all’astensionismo prima che a qualsiasi movimento. Un’astensione che, a differenza di qualsiasi voto, é frutto della mancanza di identificazione politica. Il confine tra voto e non voto, successo e fallimento elettorale, sta tutto lì: nella mancanza di un’identificazione partitica che non possiamo e non dobbiamo confondere con la mancanza di identità politica.
Tutti noi cittadini abbiamo un’identità politica. Ce l’abbiamo quando ci svegliamo la mattina, prendiamo l’autobus, il motorino o la macchina. Quando buttiamo la spazzatura e paghiamo le tasse. Quando ci sentiamo sicuri o insicuri, rispettati o arrabbiati con le nostre amministrazioni locali o centrali. Come cittadini non possiamo ignorare lo Stato. Voto o non voto sappiamo bene che lo Stato continuerà ad occuparsi di noi.
E allora, pur volendo, non possiamo accettare alcuna analisi che parta dal presupposto per cui il cittadino che non vota è un cittadino disinteressato. Semmai è un cittadino che non si riconosce. I cittadini possono sentirsi ignorati dallo Stato, ma quelli che davvero lo ignorano sono per lo più  delinquenti (che non rispettando le leggi fanno una scelta di “devianza”) o coloro che lo Stato decidono di lasciarlo, andandosene a vivere altrove. Gli altri, volenti o no, son parte dello Stato.
Partire da qui, da questa premessa banale, dalla capacità di capire che l’astensione non é una mancanza di identità politica, ma di identificazione é il punto da cui dovrebbe partire chi voglia innovare o rinnovare la propria proposta politica.
L’alibi dell’astensionismo, la necessità di “riflettere sull’astensionismo” anziché dialogare con gli astensionisti, può rassicurare sé stessi ma non fa altro che incentivare la rabbia e la distanza tra chi non è più votato e chi non vota. Un cittadino che non vota è un po’ come una persona che esprime la propria rabbia non rivolgendo la parola a chi l’ha fatto arrabbiare.
E allora per quanto suoni illogico dobbiamo farcene una ragione: l’astensionismo é un voto. Un voto che indica un fallimento grave della politica (come offerta) e dei politici (come rappresentanti). Un voto che, a modo suo, apre anche lo spiraglio a tante opportunità a condizione che si abbia chiaro che per restituire fiducia a chi l’ha persa bisogna dare ascolto a quella rabbia silenziosa anziché strumentalizzarla a sostegno delle proprie tesi o come alibi dei propri fallimenti.
I cittadini non votano i brand, votano le persone. Anche certi valori di riferimento, certo. Ma il voto è voto di scambio. Io ti do il mio voto e tu rappresenti le mie idee (il voto clientelare è una forma degenerata della politica e del voto). I partiti ormai salgono e crollano in fretta. Le transazioni sul “mercato” dei voti viaggiano alla velocità degli indici di borsa (la Lega ha saputo decuplicare i voti ammettendo gli errori, rinnovandosi, e dando voce ad una rabbia che in silenzio non voleva proprio rimanerci).
In questo contesto la sfida allora è chiara: identificare e identificarsi con il malessere e trasformare le voci arrabbiate  e sofferenti della gente in una voce politica propositiva. Una politica fuori dai palazzi e dentro ai condomini, per le strade, nelle industrie, nelle università. Che metta a punto la linea partendo dall’incontro e dal confronto col malessere delle persone, prima ancora che con una proiezione di questa visione sui giornali, su internet o in tv. Comunicare é necessario, ma se il ricevente é un media prima che un cittadino la comunicazione diventa autoreferenziale.
Allo stesso tempo è evidente che le proposte, anche le migliori, non bastano. Serve un/una leader che renda possibile l’armonizzazione tra una comunicazione incentrata su pochi messaggi forti e chiari (vedi reddito di cittadinanza, abolizione Fornero, immigrati, jobs act…) e  un’inversione di rotta nell’intendere la proposta politica come sommatoria di sigle partitiche.
In questo processo il tempo é tiranno ma anche alleato. Bisogna correre. Ed un centrodestra che abbia la capacità di raccogliere la sfida dell’astensione, darsi un leader e una leadership capendo che l’avversario è lo statalismo e non la storia di Berlusconi, può trasformare i voti persi negli ultimi anni in voti investiti in qualcosa di innovativo. Salvini in questo momento è troppo forte per essere sfidato, ma non è con la ruspa che si costruisce una grande area politica. Con la ruspa si distrugge ciò che c’era prima, ma per ricostruire, rinnovare ed innovare servono operai, architetti, ingegneri, geometri, progettisti, etc. Si può fare. Bisogna solo avere un progetto, ottenere i permessi dall’elettorato e provare a cogliere l’attimo. Le jeux sont fait, i giochi sono fatti. A questo punto – se il progetto coincide con le aspettative dell’elettorato e si inserisce bene nell’area politica di riferimento – la premessa per trasformare la protesta in proposta sarà realizzata.
Ah sì: buona festa della Repubblica!

@vitokappa

Pubblicato su Gli Stati Generali (http://www.glistatigenerali.com/governo_partiti-politici/la-premessa-al-voto-di-proposta-e-lastensionismo-come-voto-di-protesta/)

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