“Oh, hai sentito? Hanno denunciato Barbara D’Urso per esercizio abusivo d’intervista!

Eh?

Esercizio abusivo d’intervista!

Ma che reato è?

Conduce un programma e fa le interviste senza essere iscritta all’Ordine dei Giornalisti.

Ah, solo i giornalisti con il tesserino hanno diritto di intervistare?

Eh sì.

E noi blogger? E gli Youtuber?

Siamo fuori legge”.

Barbara D’Urso è stata denunciata dal Presidente dell’Ordine dei Giornalisti, Enzo Iacopino. La colpa? Essere la regina incontrastata della cosiddetta ” televisione del dolore”, quel tipo di giornalismo che scava nel privato delle vittime dei casi di cronaca nera. E all’Ordine questo non piace, è cattiva informazione. Ma siccome non esiste un reato per la cattiva informazione, l’illiberale ODG ha deciso di agitare l’unico grimaldello a sua disposizione, quello del procedimento per esercizio abusivo della professione giornalistica, un reato penale liberticida che non esiste in nessun altro paese al mondo che prevede ammende pecuniarie e la reclusione fino a 6 mesi.
Nell’esposto si legge: “la signora D’Urso, pur non essendo iscritta all’Albo dei Giornalisti, compie sistematicamente un’attività (l’intervista) individuata come specifica della professione giornalistica, senza esserne titolata e senza rispettare le regole, con negative ripercussioni sull’immagine di quest’Ordine”. Una semplice conduttrice che fa interviste, quale affronto!

Peccato che la D’Urso conduca un programma tv che fa capo a una testata giornalistica, VideoNews, testata giornalistica composta da un direttore responsabile e dei regolarissimi giornalisti iscritti all’Ordine che, ma tu guarda, lavorano proprio per questo show del dolore e tutti i giorni contribuiscono a confezionare i servizi che andranno in onda nel programma condotto dall’abusiva Barbara. Ma Iacopino se la prende solo con lo specchietto per le allodole D’Urso, mica con i giornalisti di VideoNews. Lei è molto più facile da attaccare e fa molta più notizia. Complimenti per il marketing e i like su Facebook, Presidente!
E infatti, non appena comunicata la notizia, frotte di festanti sacri iscritti giornalisti hanno esultato: “evviva evviva, alla gogna l’abusiva!”. Sul profilo Facebook di Iacopino si sono susseguiti commenti che proponevano le sanzioni più assurde e disparate. C’è chi chiede di denunciare i blogger, chi gli abusivi che firmano comunicati stampa, chi addirittura vorrebbe denunciare gli opinionisti dei programmi tv. E’ la tv del dolore quindi il vero problema? Macché! Il problema son “gli abusivi che ci rubano il lavoro”!

Purtroppo l’esercizio abusivo della professione giornalistica non tiene conto della qualità, della professionalità e dell’etica del presunto usurpatore di titoli. Non tiene conto nemmeno della possibilità che l’usurpatore non si riconosca in un ordine del genere. L’usurpatore viene denunciato perché fa il giornalista senza essere iscritto all’albo. Poco importa se è davvero bravo, sta commettendo un reato. Vive nell’illegalità. E infatti qualche anno fa toccò a Pino Maniaci, bravissimo giornalista antimafia, che venne denunciato per esercizio abusivo della professione giornalistica perché conduceva il telegiornale dell’emittente Telejato e faceva inchieste sulla mafia senza avere i titoli per farlo. Fortunatamente Maniaci fu assolto, dopo anni di calvario giudiziario. Assolto perché il fatto non sussiste. Assolto grazie a un giudice raziocinante.
Ora, per quanto possano non piacere certe trasmissioni televisive e il loro modo di trattare i casi di cronaca nera, ci terremmo a ricordare all’ODG che possano esistere giornalisti regolarmente iscritti all’albo che quotidianamente infrangono le basilari regole di deontologia professionale cui sarebbero sottoposti, tanto quanto le varie D’Urso, e non ci sembra che l’Ordine si stracci le vesti o agisca compatto nei loro confronti, anzi.
Non va bene la “tv del dolore” della D’Urso, ma le interviste alla sorella di Bossetti di “Quarto grado” e le ospitate della Franzoni o i plastici di “Porta a Porta”, e potremmo continuare all’infinito, cosa hanno di diverso? Non fanno “spettacolarizzazione del dolore”? Non travalicano mai i confini dell’etica e della deontologia della professione? E che dire allora del Fatto Quotidiano, che ha fondato la sua linea editoriale sul giustizialismo e che tratta intercettazioni telefoniche e avvisi di garanzia alla stregua di sentenze passate in giudicato ancor prima che possa aver luogo anche solo la prima udienza del processo? Non è anche questa “cattiva informazione”, secondo l’Ordine?

Quindi, due pesi e due misure? Perché proprio la D’Urso? La qualità dell’informazione è importante solo quando c’è da attaccare un non iscritto alla corporazione?
Ma la domanda più interessante, però, è soprattutto una: l’Ordine dei giornalisti a cosa serve? A garantire la libertà e la qualità dell’informazione? Non si direbbe, più che altro cerca di garantire le prerogative dei propri iscritti. Inghilterra, USA, Francia, Spagna, Olanda e moltissimi altri paesi europei ed extraeuropei hanno una qualità dell’informazione decisamente migliore rispetto a quella italiana e nessun ordine. Hanno semplicemente una legislazione e delle norme deontologiche da rispettare, ma la professione può esercitarla chiunque, nessuna barriera d’ingresso, nessuna iscrizione ad alcun organismo è richiesta e a nessuno verrebbe mai in mente di denunciare i giornalisti abusivi semplicemente perché questo nei paesi civili non è considerato un reato. “Giornalista è chi il giornalista fa”, per dirla alla Forrest Gump. Ma in Italia no, in Italia i sedicenti cani da guardia dell’informazione e della democrazia sostengono che chi non è iscritto alla corporazione dei giornalisti non ha il diritto di fare giornalismo.
Ma in un paese occidentale il vero abuso è permettere l’esistenza di un organo che trova sacrosanto denunciare dei cittadini che si arrogano il diritto di fare informazione. Altro che le Barbara D’Urso e i blogger che fanno interviste senza avere tesserino, qui l’unico abusivo è l’Ordine.

di Charlotte Matteini, Vito Kahlun e Riccardo Ghezzi

Originale pubblicato su qelsi.it

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