A Tor Sapienza un quartiere ha messo alle corde uno Stato. Poco importa quale sia il movente che si nasconde dietro gli scontri, la realtà è che ha vinto il più forte. E quando in una democrazia ad essere il più forte non è lo Stato vuol dire che ci sono gravi crepe nelle fondamenta su cui si regge quel Paese.
Le tensioni sociali e culturali che stanno attraversando Roma come altre città, non sono il frutto di una rabbia estemporanea e fine a se stessa, sono una reazione non giustificabile ad una giustizia assente. Eh sì: giustizia. Perché il nodo è proprio quello: la rottura nella percezione popolare dell’indissolubile legame tra diritto e giustizia. Il fatto che ci siano tante leggi, ma poca giustizia. Un legame che senza certezza del diritto e, dunque, del fatto che solo lo Stato attraverso l’uso esclusivo della forza possa ristabilire l’ordine, riporta la società ad una condizione in cui l’ordine si stabilisce e ristabilisce attraverso una lotta in cui vince il più forte e in cui tutti sono esposti alla prepotenza del più forte.
Ed è così che a Roma, come in altre parti di Italia, non va in scena uno scontro di civiltà, ma la rinuncia di alcuni cittadini a credere nello Stato come autorità in grado di garantire il rispetto delle regole comuni.
Allora è evidente che se da un lato c’è chi alimenta il fuoco della rabbia, dall’altro è proprio chi la alimenta che, in alcuni casi, la circoscrive nei confini dello Stato e della politica. Una circoscrizione destinata a durare poco, certo. Ma anche una circoscrizione di cui le forze politiche moderate – anziché occuparsi di linguaggio politicamente corretto – dovrebbero tenere conto. Anche perché se inizia a passare il messaggio che con la violenza si ottiene qualcosa a venir meno non è il ruolo della politica, ma dello Stato.
Uno Stato che se incapace di imporre l’ordine, perché incapace di garantire la corrispondenza tra norme e applicazione delle stesse diventa uno Stato in cui l’antipolitica degenera da vaccino a virus. E allora, per ristabilire l’ordine e la pace sociale, serve riaffermare con credibilità il primato dello Stato come garante di giustizia nella democrazia. Uno Stato in grado di dare ai cittadini la certezza che la pena – seppur con funzione riabilitativa – verrà applicata e verrà applicata a tutti allo stesso modo. Uno Stato in grado di dire no a degrado e violenza. Uno Stato che garantisca pari dignità ed equaglianza davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. Proprio come dice la Costituzione.
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