Papa Francesco meglio di Donald Trump

Il denaro è uno strumento che in qualche modo – come la proprietà – prolunga e accresce le capacità della libertà umana, consentendole di operare nel mondo, di agire, di portare frutto. Di per sé è uno strumento buono, come quasi tutte le cose di cui l’uomo dispone: è un mezzo che allarga le nostre possibilità.

A scrivere queste parole non è Donald Trump, ma Papa Francesco.

Nella prefazione al libro del Cardinal Müller “Povera per i Poveri. La missione della Chiesa”, pubblicata in anteprima sul Corriere della Sera di oggi, Bergoglio va al nocciolo di una questione centrale nel mondo in cui viviamo: quella del valore del denaro.

Francesco esordisce con una domanda:

Chi di noi non si sente a disagio nell’affrontare anche la sola parola «povertà»?

Una domanda profonda, introspettiva, a cui però risponde sì parlando di povertà, ma prospettando ricchezza e benessere.

Francesco sa che il vero tema è quello. Sa che quando si parla di povertà, in realtà, non si fa altro che mettere in discussione il nostro benessere, il nostro status sociale, le nostre paure.

Il mondo occidentale  – scrive il Papa – identifica la povertà anzitutto con l’assenza di potere economico ed enfatizza negativamente questo status. Il suo governo, infatti, si fonda essenzialmente sull’enorme potere che il denaro ha acquisito oggi, un potere apparentemente superiore a ogni altro. Perciò un’assenza di potere economico significa irrilevanza a livello politico, sociale e persino umano. Chi non possiede denaro, viene considerato solo nella misura in cui può servire ad altri scopi. Ci sono tante povertà, ma la povertà economica è quella che viene guardata con maggior orrore.

In un passaggio successivo della sua riflessione, Francesco, sembra poi rifarsi alla tradizione ebraica soprattutto quando parla di “originale legame tra profitto e solidarietà”. Scrive il Papa:

…quando i beni di cui si dispone sono utilizzati non solo per i propri bisogni, essi diffondendosi si moltiplicano e portano spesso un frutto inatteso. Infatti vi è un originale legame tra profitto e solidarietà, una circolarità feconda fra guadagno e dono

La prefazione del Papa si chiude poi affrontando il tema dell’interdipendenza degli uomini e dell’accettazione della “povertà creaturale” come un punto di forza anziché “un handicap”:

In ogni caso, dipendiamo da qualcuno o da qualcosa. Possiamo vivere ciò come una debilitazione del vivere o come una possibilità, come una risorsa per fare i conti con un mondo in cui nessuno può far a meno dell’altro, in cui tutti siamo utili e preziosi per tutti, ciascuno a suo modo. Non c’è come scoprire questo che spinge a una prassi responsabile e responsabilizzante, in vista di un bene che è allora, davvero, inscindibilmente personale e comune. È evidente che questa prassi può nascere solo da una nuova mentalità, dalla conversione ad un nuovo modo di guardarci gli uni con gli altri! Solo quando l’uomo si concepisce non come un mondo a sé stante, ma come uno che per sua natura è legato a tutti gli altri, originariamente sentiti come «fratelli», è possibile una prassi sociale in cui il bene comune non rimane parola vuota e astratta! 

Quando l’uomo si concepisce così e si educa a vivere così, l’originaria povertà creaturale non è più sentita come un handicap, bensì come una risorsa, nella quale ciò che arricchisce ciascuno, e liberamente viene donato, è un bene e un dono che ricade poi a vantaggio di tutti.

Quella di Francesco, pur per un non-cattolico come me, è una riflessione laicamente stupenda. Se avete 10 minuti leggetevela integralmente cliccando qui.

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